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In Thailandia
esistono degli elefanti pittori, e il vostro cronista giura
di averli visti all'opera in un documentario televisivo. La
storia è vera, e val la pena di essere raccontata perché
insegna molte cose su cos'è l'arte e sui talenti degli
animali.
Vitaly Komar e Alex Melamid sono due artisti newyorkesi che
hanno insegnato a questi elefanti a dipingere: il loro scopo
è nobile, ed è di generare interesse attorno
alla cosa, vendere i quadri e contribuire in tal modo al sostentamento
dei pachidermi.
Questi elefanti afferrano il pennello con la proboscide e
lo muovono con apparente maestria su di un foglio di carta
sistemato su di un comune cavalletto da pittore. Non è
chiaro se scelgano pure i colori e, se sì, come, ma
gli esperti sostengono che esistono pure differenti scuole,
distinguibili guardacaso per l'impiego del colore.
I risultati (i dipinti) sono sorprendenti o deprimenti a seconda
dei punti di vista: sorprendenti poiché rappresentano
degli ottimi dipinti astratti, composti con una convincente
scelta dei colori e con un impiego equilibrato del segno;
deprimenti perché, se anche un elefante è in
grado di far ciò che faceva De Kooning (cui nel servizio
venivano paragonati alcuni quadri le somiglianze dei quali
erano effettivamente sbalorditive) allora o l'arte astratta
è una bufala, oppure non rappresenta un'evoluzione
della pittura, oppure, infine, l'uomo non si è evoluto,
ma, al contrario, si è involuto abbracciando l'arte
astratta.
Alcuni visitatori di una mostra dei suddetti dipinti facevano
alcune osservazioni intelligenti (al di là del fatto,
non trascurabile, che tutti osservavano con un'attenzione
che è difficile immaginare avrebbero riservato al prodotto
di un altro essere umano – evidentemente è meno
umiliante sentirsi più stupido di un elefante piuttosto
che di un altro essere umano): «E' la nemesi dell'arte
moderna» diceva uno, e una donna invece: «Non
è importante ciò che dipingono: un grande pittore
lo si vede quando decide che è il momento di fermarsi,
cioé che il quadro è finito così».
Ecco: è solo una questione controllo: noi sappiamo
quando fermarci. Giudicate voi se essere confortati.
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