meta.home
meta.politica
meta.cultura meta.società meta.about

 

09 05 03 | 11.40

L'icononografia del potere (1/2)
di Fleur Abramovich

01 02

 
    avanti
link

 


01 Fontanellato

02 S. Secondo
03 Soragna
04 Torrechiara
05 Sala Baganza


Politica

Politica interna
Politica estera


Cultura
Architettura
Arte
Cinema
Fotografia
Letteratura
Musica


Società
Costume
Televisione
   
 

Una visita ai castelli del parmense è l'occasione per la critica d'arte di Metafluxus per riflettere sul rapporto fra immagine e potere, e sulla forza della propaganda nei secoli scorsi e al giorno d'oggi.

A Fontanellato, nella rocca, ci si imbatte nel bolognese Baglione, che ha poi lavorato in qualsiasi castello parmense, e soprattutto per qualsiasi dinastia (Sanvitale, Lupi, Rossi, Pellegrino ecc.). L'ho sentito definire “manierista classico”, ma la sostanza è che impiegò il lessico della grottesca e su questo costruì vivaci e pregevoli decorazioni di palazzi e castelli, oltre ad una propria solida fortuna artistica.
I luoghi del parmense sono molto piacevoli e non c'è da meravigliarsi che questi signori sempre in lite fra di loro, intenti ad allearsi con papato, austriaci o francesi per accrescere potere e sicurezza con l'unico scopo di pararsi meglio le spalle, sentissero anche il bisogno di distinguere quei luoghi in cui vivevano da una cella ben protetta: le fattezze c'erano perché gli spazi interni di un castello ben fortificato indulgono per niente agli agi della vita opulenta e sembrano appunto celle, anfratti, luoghi bui in cui ogni apertura che porta un po' di luce dall'esterno non è una benedizione per lo spirito, ma una minaccia di oscuri nemici. Non è strano che appena venisse meno la minaccia, o appena uno di questi luoghi fortificati perdeva il suo interesse strategico (è il caso, per esempio, di Sala Baganza che, sotto i Farnese, divenne nient'altro che una residenza estiva) queste costruzioni venissero rivoluzionate perdendo completamente la vocazione difensiva e aprendosi in lunghe, ariose ed illuminatissime prospettive rinascimentali, scenografiche ed indifendibili (militarmente).
L'aspetto difensivo dei castelli divenne col tempo secondario: sono castelli, quindi è naturale che servano a questo scopo, ossia proteggere i loro occupanti, ossia, simbolicamente, custodire e perpetuare il potere. Un potere diverso da quello moderno, non rappresentativo, bensì ereditario, autoritario, spesso violento.
I signori che li abitavano impiegavano diversi livelli comunicativi per imporre la propria autorita: quello materiale e fisico – l'esercito e la struttura tetragona del castello – e quello iconografico, che era un livello più intellettuale e sottile di imposizione del potere, perché agiva attraverso la persuasione occulta, l'imposizione di immagini che, a posteriori, eternavano e confermavano quel potere di oscure origini.
L'iconografia che decora l'interno dei castelli non ha come unico spettatore il visitatore, sia questo un dignitario o un umile contadino, ma anche gli occupanti stessi. Essa agisce mentalmente sia per intimorire chi è oggetto di quel potere, sia chi lo agisce, il soggetto, il principe – attraverso la legittimazione della forza e della nobiltà, che da titolo ereditario o convenzione sociale diventa investitura mitica, i cui estensori non sono persone reali e viventi, ma dei miti dell'antichità.
Nei castelli del parmense non manca quasi mai una sala dove sono ritratti gli imperatori romani: ancora una volta non solo ispiratori, ma garanti di un potere che è tanto più forte e inattaccabile quanto più le sue radici sono affondate in un tempo immemore.
Il principe medievale o protorinascimentale non deve solo intimorire i sudditi, ma anche persuadere se stesso che la sua non è una brutale e cieca manifestazione di violenza, ma una missione originata in tempi remoti di cui egli diventa l'eroico strumento. La sua opera prolunga e realizza un progetto secolare, che non nasce con l'ascesa al potere locale e non termina neanche con l'estinzione del casato. Perciò la vita di un signore del tempo sembra spesa a combattere campagne belliche in difesa del proprio feudo, a stringere alleanze attraverso patti e matrimoni, a commmissionare a celebri artisti cicli pittorici che non solo amplifichino e vezzeggino un ego ipertrofico, ma lo autorizzino, lo rivestano di un'aura mitica, inscalfibile.
Si tratta di un linguaggio comunicativo per niente meno sofisticato di quelli odierni: è talmente sottile da essere persuasivo anche rispetto al suo stesso committente, che trova conferma nello scopo della propria esistenza che si attua attraverso il potere ed il suo esercizio.
Il propagandista di oggi conosce bene la materia che maneggia, ed il messaggio che veicola è tanto più efficace quanto più chi lo impiega è consapevole della sua intrinseca falsità.
Il propagandista che si persuade della verità del messaggio ne diventa vittima, e costituisce l'anello debole di una catena che, se potesse contare sulla perfetta solidità dei suoi anelli, sarebbe inscalfibile. L'artificio regge solo se chi lo pratica ne conosce la falsità: il comunicatore che si persuade della bontà del messaggio è destinato a restarne vittima, sino a non riuscire più a distinguere il vero dal falso.

 
   
mail
 
  01 02 avanti