Una
visita ai castelli del parmense è l'occasione per
la critica d'arte di Metafluxus per riflettere sul rapporto
fra immagine e potere, e sulla forza della propaganda nei
secoli scorsi e al giorno d'oggi.
A Fontanellato,
nella rocca, ci si imbatte nel bolognese Baglione, che ha
poi lavorato in qualsiasi castello parmense, e soprattutto
per qualsiasi dinastia (Sanvitale, Lupi, Rossi, Pellegrino
ecc.). L'ho sentito definire “manierista classico”,
ma la sostanza è che impiegò il lessico della
grottesca e su questo costruì vivaci e pregevoli
decorazioni di palazzi e castelli, oltre ad una propria
solida fortuna artistica.
I luoghi del parmense sono molto piacevoli e non c'è
da meravigliarsi che questi signori sempre in lite fra di
loro, intenti ad allearsi con papato, austriaci o francesi
per accrescere potere e sicurezza con l'unico scopo di pararsi
meglio le spalle, sentissero anche il bisogno di distinguere
quei luoghi in cui vivevano da una cella ben protetta: le
fattezze c'erano perché gli spazi interni di un castello
ben fortificato indulgono per niente agli agi della vita
opulenta e sembrano appunto celle, anfratti, luoghi bui
in cui ogni apertura che porta un po' di luce dall'esterno
non è una benedizione per lo spirito, ma una minaccia
di oscuri nemici. Non è strano che appena venisse
meno la minaccia, o appena uno di questi luoghi fortificati
perdeva il suo interesse strategico (è il caso, per
esempio, di Sala
Baganza che, sotto i Farnese, divenne nient'altro
che una residenza estiva) queste costruzioni venissero rivoluzionate
perdendo completamente la vocazione difensiva e aprendosi
in lunghe, ariose ed illuminatissime prospettive rinascimentali,
scenografiche ed indifendibili (militarmente).
L'aspetto difensivo dei castelli divenne col tempo secondario:
sono castelli, quindi è naturale che servano a questo
scopo, ossia proteggere i loro occupanti, ossia, simbolicamente,
custodire e perpetuare il potere. Un potere diverso da quello
moderno, non rappresentativo, bensì ereditario, autoritario,
spesso violento.
I signori che li abitavano impiegavano diversi livelli comunicativi
per imporre la propria autorita: quello materiale e fisico
– l'esercito e la struttura tetragona del castello
– e quello iconografico, che era un livello più
intellettuale e sottile di imposizione del potere, perché
agiva attraverso la persuasione occulta, l'imposizione di
immagini che, a posteriori, eternavano e confermavano quel
potere di oscure origini.
L'iconografia che decora l'interno dei castelli non ha come
unico spettatore il visitatore, sia questo un dignitario
o un umile contadino, ma anche gli occupanti stessi. Essa
agisce mentalmente sia per intimorire chi è oggetto
di quel potere, sia chi lo agisce, il soggetto, il principe
– attraverso la legittimazione della forza e della
nobiltà, che da titolo ereditario o convenzione sociale
diventa investitura mitica, i cui estensori non sono persone
reali e viventi, ma dei miti dell'antichità.
Nei castelli del parmense non manca quasi mai una sala dove
sono ritratti gli imperatori romani: ancora una volta non
solo ispiratori, ma garanti di un potere che è tanto
più forte e inattaccabile quanto più le sue
radici sono affondate in un tempo immemore.
Il principe medievale o protorinascimentale non deve solo
intimorire i sudditi, ma anche persuadere se stesso che
la sua non è una brutale e cieca manifestazione di
violenza, ma una missione originata in tempi remoti di cui
egli diventa l'eroico strumento. La sua opera prolunga e
realizza un progetto secolare, che non nasce con l'ascesa
al potere locale e non termina neanche con l'estinzione
del casato. Perciò la vita di un signore del tempo
sembra spesa a combattere campagne belliche in difesa del
proprio feudo, a stringere alleanze attraverso patti e matrimoni,
a commmissionare a celebri artisti cicli pittorici che non
solo amplifichino e vezzeggino un ego ipertrofico, ma lo
autorizzino, lo rivestano di un'aura mitica, inscalfibile.
Si tratta di un linguaggio comunicativo per niente meno
sofisticato di quelli odierni: è talmente sottile
da essere persuasivo anche rispetto al suo stesso committente,
che trova conferma nello scopo della propria esistenza che
si attua attraverso il potere ed il suo esercizio.
Il propagandista di oggi conosce bene la materia che maneggia,
ed il messaggio che veicola è tanto più efficace
quanto più chi lo impiega è consapevole della
sua intrinseca falsità.
Il propagandista che si persuade della verità del
messaggio ne diventa vittima, e costituisce l'anello debole
di una catena che, se potesse contare sulla perfetta solidità
dei suoi anelli, sarebbe inscalfibile. L'artificio regge
solo se chi lo pratica ne conosce la falsità: il
comunicatore che si persuade della bontà del messaggio
è destinato a restarne vittima, sino a non riuscire
più a distinguere il vero dal falso. |
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