Se esiste una sola intelligenza che conosce la verità
e, artatamente, la occulta spacciandone una forma succedanea
ma ugualmente credibile come tale, allora essa è
un meccanismo perfetto. Quando brandelli di verità
sfuggono al controllo della macchina propagandistica oppure
i suoi stessi adepti finiscono per confondere l'inganno
con la verità, allora il meccanismo si inceppa e
fallisce.
La propaganda del principe sarebbe stata perfetta se avesse
avuto una forma estrinseca: se, per paradosso, gli affreschi
a soggetto mitico avessero decorato le mura del castello
invece delle stanze, allora la direzione del messaggio sarabbe
stata inequivocabile, ossia dal centro del potere verso
l'esterno: il popolo e i nemici.
Invece il principe doveva intimorire o adulare i suoi ospiti,
ma anche rammentarsi continuamente da dove veniva il suo
potere. Dio non alberga in quei castelli, e da Dio non proveniva
mai alcun potere temporale. Dio era troppo politicizzato
e stava a Roma, quindi o era un nemico o, con i Farnese,
finiva per essere un alleato.
Il suo potere simbolico sarebbe stato una materia troppo
incandescente da manipolare, e soprattutto troppi e troppo
potenti erano coloro che potevano rivendicare Dio come alleato.
Un mito greco era tanto autorevole quanto inoffensivo, così
come un imperatore romano: era tanto distante quanto carico
di potere evocativo, era una buona fonte da cui trarre legittimità
senza pagar dazio.
La moneta politica era spesa nell'iconografia dei castelli
negli stemmi che ricordavano nelle stanze di rappresentanza
quali famiglie fossero alleate al signore del luogo, a quali
fosse legato per vincoli matrimoniali, a quali fosse debitore
per antiche alleanze militari che avevano permesso la fondazione
e la prosperità di quel casato. La moneta simbolica
ed iconografica era invece spesa attraverso la rappresentazione
di un passato ancestrale e mitico dalle cui sorgenti si
nutriva l'onore e la potenza del casato. Si pagava insomma
al presente (politico) e al passato (lontano e mitico).
Diversamente accadeva qualora il castello fosse tale solo
di nome, ma non di fatto, come Sala
Baganza o Roccabianca,
dimore di diletto e residenze in cui si consumavano incontri
libertini e adulterini, agi e lussi. Li si indugiava in
intellettuali ed ironiche costruzioni figurative in cui
si elogiava la perseveranza e pazienza di Bianca Pellegrini
nell'attendere il suo amato Pier Maria Rossi: il significato
della nespola, che può essere mangiata solo quando
è matura, è sufficientamente ribadito nella
decorazione del portico di Roccabianca, e altrettanto equilibrata
è l'ironia con cui è narrata la parabola di
Bianca Pellegrini che, appunto dopo un lungo pellegrinaggio,
incontra finalmente il suo amato Pier Maria nella Camera
D'Oro del castello di Torrechiara.
Quando l'iconografia non deve più veicolare un messaggio
ma esaltare invece uno stato di grazia diventa materia:
l'oro che riveste le pareti di una camera da letto non simboleggia
più l'opulenza, ma coincide con la felicità
del possesso: la comunicazione è interrotta perché
non ha più ragione di essere, la cosa e la sua rappresentazione
coincidono: l'immagine è la realtà, Bianca
ha terminato il suo pellegrinaggio, è finalmente
fra le braccia di Pier Maria e non c'è più
alcuna convenzione ed alcun linguaggio a mediare e celare
il significato delle cose: la realtà è nuda,
come i due corpi che si abbracciano osservati da affreschi
che non mostrano, ma, per la prima volta, assistono ad uno
spettacolo.
Fleur Abramovich
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