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09 05 03 | 11.40

L'icononografia del potere (2/2)
di Fleur Abramovich

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01 Fontanellato

02 S. Secondo
03 Soragna
04 Torrechiara
05 Sala Baganza
06 Roccabianca

 


Se esiste una sola intelligenza che conosce la verità e, artatamente, la occulta spacciandone una forma succedanea ma ugualmente credibile come tale, allora essa è un meccanismo perfetto. Quando brandelli di verità sfuggono al controllo della macchina propagandistica oppure i suoi stessi adepti finiscono per confondere l'inganno con la verità, allora il meccanismo si inceppa e fallisce.
La propaganda del principe sarebbe stata perfetta se avesse avuto una forma estrinseca: se, per paradosso, gli affreschi a soggetto mitico avessero decorato le mura del castello invece delle stanze, allora la direzione del messaggio sarabbe stata inequivocabile, ossia dal centro del potere verso l'esterno: il popolo e i nemici.
Invece il principe doveva intimorire o adulare i suoi ospiti, ma anche rammentarsi continuamente da dove veniva il suo potere. Dio non alberga in quei castelli, e da Dio non proveniva mai alcun potere temporale. Dio era troppo politicizzato e stava a Roma, quindi o era un nemico o, con i Farnese, finiva per essere un alleato.
Il suo potere simbolico sarebbe stato una materia troppo incandescente da manipolare, e soprattutto troppi e troppo potenti erano coloro che potevano rivendicare Dio come alleato. Un mito greco era tanto autorevole quanto inoffensivo, così come un imperatore romano: era tanto distante quanto carico di potere evocativo, era una buona fonte da cui trarre legittimità senza pagar dazio.
La moneta politica era spesa nell'iconografia dei castelli negli stemmi che ricordavano nelle stanze di rappresentanza quali famiglie fossero alleate al signore del luogo, a quali fosse legato per vincoli matrimoniali, a quali fosse debitore per antiche alleanze militari che avevano permesso la fondazione e la prosperità di quel casato. La moneta simbolica ed iconografica era invece spesa attraverso la rappresentazione di un passato ancestrale e mitico dalle cui sorgenti si nutriva l'onore e la potenza del casato. Si pagava insomma al presente (politico) e al passato (lontano e mitico).
Diversamente accadeva qualora il castello fosse tale solo di nome, ma non di fatto, come Sala Baganza o Roccabianca, dimore di diletto e residenze in cui si consumavano incontri libertini e adulterini, agi e lussi. Li si indugiava in intellettuali ed ironiche costruzioni figurative in cui si elogiava la perseveranza e pazienza di Bianca Pellegrini nell'attendere il suo amato Pier Maria Rossi: il significato della nespola, che può essere mangiata solo quando è matura, è sufficientamente ribadito nella decorazione del portico di Roccabianca, e altrettanto equilibrata è l'ironia con cui è narrata la parabola di Bianca Pellegrini che, appunto dopo un lungo pellegrinaggio, incontra finalmente il suo amato Pier Maria nella Camera D'Oro del castello di Torrechiara. Quando l'iconografia non deve più veicolare un messaggio ma esaltare invece uno stato di grazia diventa materia: l'oro che riveste le pareti di una camera da letto non simboleggia più l'opulenza, ma coincide con la felicità del possesso: la comunicazione è interrotta perché non ha più ragione di essere, la cosa e la sua rappresentazione coincidono: l'immagine è la realtà, Bianca ha terminato il suo pellegrinaggio, è finalmente fra le braccia di Pier Maria e non c'è più alcuna convenzione ed alcun linguaggio a mediare e celare il significato delle cose: la realtà è nuda, come i due corpi che si abbracciano osservati da affreschi che non mostrano, ma, per la prima volta, assistono ad uno spettacolo.

Fleur Abramovich

 

 
 


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