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10 07 03 | 11.40

Un giorno da dittatore (1/2)
di Zeista Fluckt

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01 Biennale Arti Visive 2003


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  foto: Martino Pietropoli
 

In ogni museo in cui vado, ogni Biennale, ogni galleria, mi porto sempre appresso il mio taccuino per annotare gli artisti di cui voglio ricordare il nome. Ho poca memoria, è la prima volta che li sento nominare, hanno sempre nomi così complicati. Alla Biennale di Venezia di quest anno, diretta da Francesco Bonami, ho riempito una misera paginetta.
Di questa Biennale se n'é detto tutto il bene di questo mondo, e in particolare s'è detto che il suo direttore è italiano, ma vive a Chicago da vent'anni. Non sai se sentirti lusingato che un italiano che vive negli USA sia stato scelto come direttore di una Biennale, oppure decidere che cercano di distrarti e lusingare il tuo amor proprio patrio oppure – pensiero perfido e persino peggiore – vogliono nasconderti qualcosa di tremendo: di questo Bonami non ne sa niente nessuno, e l'uomo non sembra essere granché interessante.
Del resto il titolo che ha scelto per questa esposizione – Sogni e conflitti: la dittatura dello spettatore – dovrebbe già far drizzare le orecchie. Però si è abituati a queste cose, a queste titolazioni, appunto, iperboliche, che non capisci bene cosa vogliono dire, ma che ti fanno intuire che loro lo sanno bene e adesso te lo spiegano: entra e guarda. Vogliono darti “un'opportunità per ridare allo spettatore il controllo del proprio sguardo e della propria immaginazione, diventando il dittatore della sua esperienza di mostra [...] il pubblico può scegliere, realizzare il proprio itinerario e affacciarsi sul mondo, sulla contemporaneità, attraverso una nuova visione ed un'esperienza totalmente nuova”. Le parole jolly sono: nuovo, dittatore, contemporaneità: shakerare con forza e servire freddo.
Già queste parole ti fanno pensare che ti stanno vendendo qualcosa, qualcosa che, poiché è nuovo, deve interessarti, anche perché ne hai il totale dominio (sei pur sempre un dittatore!). La condizione di dittatore presuppone una responsabilità ed autonomia di giudizio inusitate: presuppone inoltre – particolare non secondario – un certo disprezzo e fastidio per le visioni altrui. Infatti Bonami mette le mani avanti e vuole proporre una formula espositiva molto leggera, in cui la personalità del direttore non deve trasparire, perché, appunto, deve verificarsi la condizione auspicata e fondante della mostra, ossia che è la personalità dell'osservatore che deve spiccare, e il direttore deve lasciare posto al dittatore. Per far ciò, e dato che si tratta pur sempre di una mostra internazionale fra le più celebri e osservate del mondo, un certo ordine va introdotto, e infatti si decide di suddividerla in sezioni affidate alla cura di altre 11 persone, 2 delle quali artisti a loro volta. L'intento è di non uniformarsi ad una lettura univoca e condivisa, ma di lasciare ampia libertà ad ognuno di questi di mettere l'ordine che vogliono in casa propria. I presupposti sono buoni: non si vuole dimostrare niente perché ciò significherebbe suggerire e velatamente imporre un tipo di lettura. Le modalità in cui ciò viene realizzato sono ben più modeste, perché si ottiene l'effetto contrario: si pensa che la dittatura dello spettatore è tale solo qualora non debba misurarsi con punti di vista diversi, mentre è proprio lo stato delle visioni che giustifica e fortifica la visione unica ed imperativa e oppressiva del perfido osservatore. Ammesso che poi debba essere così, ammesso cioè che l'artista debba umiliarsi al punto non solo di cercare, per quanto possibile, di comunicare e di essere comprensibile, ma addirittura di annullarsi al punto da lasciare che a dare significato alla propria opera sia l'occhio dell'osservatore e non la natura stessa dell'opera, la sua forza interiore. Il sospetto è che questi debbano farsi perdonare qualcosa, dopo anni e anni in cui la sofisticazione e l'inclinazione snob aveva rischiato non solo di renderli elitari, ma di sradicarli dalla realtà che spiegano attraverso il proprio lavoro.
L'atto di contrizione dell'artista è formalizzato in questa Biennale e passa attraverso la constatazione che l'episodio artistico è tale solo quando sono dati i due termini: artista e osservatore, creatore e critico, o dittatore che dir si voglia. Il titolo è, ancora, due volte sbagliato perché sembra autorizzare e riconoscere solo ora l'autonomia di giudizio dell'osservatore, svelando che sin qui se ne sono sempre bellamente disinteressati, o lo sapevano bene, ma han fatto finta di niente. L'opera d'arte non deve compiacere: qui sta l'equivoco che ha generato un titolo così infelice. Deve dividere, svelare, nominare la realtà: è vitale e pulsante quando la realtà la accetta o la respinge, quando gli esseri umani vi si riconoscono o non vi si riconoscono, perché entrambe le condizioni sono forme di conoscenza e ricerca di identità: sono come, sono diverso da. Il titolo ammette quindi l'esistenza dello spettatore e, senza dirlo, svela che prima se ne ignorava scientemente l'esistenza. Abbiamo però discusso solo del titolo: magari poi la mostra è meglio.
Premetto di aver visitato solo le esposizioni dell'Arsenale, dove del resto è ospitata generalmente la parte di mostra più provocatoria e comunicativa. Per intenderci: l'Arsenale di Venezia è un complesso di edifici fondato nel XII secolo per produrre navi e imbarcazioni: è un gigantesco cantiere navale che viene ampliato nel corso dei secoli a formare un organismo urbano di rara compattezza ed omogeneità in una città tanto complessa come Venezia. E' titanico e singolare per Venezia poiché costituisce uno sforzo significativo di una città con noti problemi di spazio per dotarsi di un insediamento produttivo che sarebbe straordinario già sulla terra ferma. Le Corderie – un edificio lungo 316 metri e largo 21 dei tanti che compongono l'arsenale – ospitano gran parte delle 11 sezioni della Biennale, i cui nomi comunicano un vago senso di crisi: crisi nell'inventarsi questi nomi, piuttosto che crisi dell'uomo moderno. C'è la sezione Clandestini, poi quella Smottamenti, poi la Zona d'urgenza (Z.O.U.), non può mancare la Struttura della crisi, per non trascurare il Quotidiano Alterato, fino a sfociare, al termine del percorso espositivo, nella Stazione Utopia, che dal nome dovrebb'essere liberatoria, ottimista, la risolutrice della crisi iniettata scientificamente nelle papille dell'osservatore sin a quel punto, ma pur sempre di Utopia di tratta, quindi alberga nell'isola che non c'é. Due osservazioni: se non volevi propormi una chiave di lettura lo stai già facendo: mi dici che siamo in crisi, e me lo vuoi dimostrare con l'arte che esponi; inoltre mi hai fatto pensare che sarebbe meglio a. che non avessi chiamato in alcun modo quelle sezioni, era meglio un numero e basta; b. che io le avrei chiamate Pino e Gino, ma che la cosa sarebbe stata tremendamente snob, e non sopporterei di essere più snob di te che mi parli di Smottamenti, in fondo solo perché ti piace la parola.
Comunque: questa Biennale che non dovrebbe proporre una visione invece me ne propone 10 o 11, tutte più o meno gravitanti attorno al concetto di quanto dovrei sentirmi in crisi. Le opere deputate a farmi sentire un dittatore in crisi sono esposte nell'allestimento possibilmente più irrispettoso delle Corderie che si sia mai visto: tante stanze di colore neutro a frazionare uno spazio dalle proporzioni eccezionali e talmente fuori scala da realizzare la condizione espositiva ideale: uno sfondo silenzioso e così sproporzionato da scomparire. Non c'era bisogno di far niente, salvo le consuete scatole buie per le opere video: invece l'immenso volume interno è stato frazionato e umiliato da questa miriade di pareti, aperture, soppalchi ecc. in una maniera talmente pedante e noiosa da annullare qualsiasi effetto di sorpresa dato dalla singolarità delle Corderie.

 

 
   
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