In
ogni museo in cui vado, ogni Biennale, ogni galleria, mi
porto sempre appresso il mio taccuino per annotare gli artisti
di cui voglio ricordare il nome. Ho poca memoria, è
la prima volta che li sento nominare, hanno sempre nomi
così complicati. Alla Biennale di Venezia di quest
anno, diretta da Francesco Bonami, ho riempito una misera
paginetta.
Di questa Biennale se n'é detto tutto il bene di
questo mondo, e in particolare s'è detto che il suo
direttore è italiano, ma vive a Chicago da vent'anni.
Non sai se sentirti lusingato che un italiano che vive negli
USA sia stato scelto come direttore di una Biennale, oppure
decidere che cercano di distrarti e lusingare il tuo amor
proprio patrio oppure – pensiero perfido e persino
peggiore – vogliono nasconderti qualcosa di tremendo:
di questo Bonami non ne sa niente nessuno, e l'uomo non
sembra essere granché interessante.
Del resto il titolo che ha scelto per questa esposizione
– Sogni e conflitti: la dittatura dello spettatore
– dovrebbe già far drizzare le orecchie. Però
si è abituati a queste cose, a queste titolazioni,
appunto, iperboliche, che non capisci bene cosa vogliono
dire, ma che ti fanno intuire che loro lo sanno bene e adesso
te lo spiegano: entra e guarda. Vogliono darti “un'opportunità
per ridare allo spettatore il controllo del proprio sguardo
e della propria immaginazione, diventando il dittatore della
sua esperienza di mostra [...] il pubblico può
scegliere, realizzare il proprio itinerario e affacciarsi
sul mondo, sulla contemporaneità, attraverso una
nuova visione ed un'esperienza totalmente nuova”.
Le parole jolly sono: nuovo, dittatore, contemporaneità:
shakerare con forza e servire freddo.
Già queste parole ti fanno pensare che ti stanno
vendendo qualcosa, qualcosa che, poiché è
nuovo, deve interessarti, anche perché ne hai il
totale dominio (sei pur sempre un dittatore!). La condizione
di dittatore presuppone una responsabilità ed autonomia
di giudizio inusitate: presuppone inoltre – particolare
non secondario – un certo disprezzo e fastidio per
le visioni altrui. Infatti Bonami mette le mani avanti e
vuole proporre una formula espositiva molto leggera, in
cui la personalità del direttore non deve trasparire,
perché, appunto, deve verificarsi la condizione auspicata
e fondante della mostra, ossia che è la personalità
dell'osservatore che deve spiccare, e il direttore deve
lasciare posto al dittatore. Per far ciò, e dato
che si tratta pur sempre di una mostra internazionale fra
le più celebri e osservate del mondo, un certo ordine
va introdotto, e infatti si decide di suddividerla in sezioni
affidate alla cura di altre 11 persone, 2 delle quali artisti
a loro volta. L'intento è di non uniformarsi ad una
lettura univoca e condivisa, ma di lasciare ampia libertà
ad ognuno di questi di mettere l'ordine che vogliono in
casa propria. I presupposti sono buoni: non si vuole dimostrare
niente perché ciò significherebbe suggerire
e velatamente imporre un tipo di lettura. Le modalità
in cui ciò viene realizzato sono ben più modeste,
perché si ottiene l'effetto contrario: si pensa che
la dittatura dello spettatore è tale solo qualora
non debba misurarsi con punti di vista diversi, mentre è
proprio lo stato delle visioni che giustifica e fortifica
la visione unica ed imperativa e oppressiva del perfido
osservatore. Ammesso che poi debba essere così, ammesso
cioè che l'artista debba umiliarsi al punto non solo
di cercare, per quanto possibile, di comunicare e di essere
comprensibile, ma addirittura di annullarsi al punto da
lasciare che a dare significato alla propria opera sia l'occhio
dell'osservatore e non la natura stessa dell'opera, la sua
forza interiore. Il sospetto è che questi debbano
farsi perdonare qualcosa, dopo anni e anni in cui la sofisticazione
e l'inclinazione snob aveva rischiato non solo di renderli
elitari, ma di sradicarli dalla realtà che spiegano
attraverso il proprio lavoro.
L'atto di contrizione dell'artista è formalizzato
in questa Biennale e passa attraverso la constatazione che
l'episodio artistico è tale solo quando sono dati
i due termini: artista e osservatore, creatore e critico,
o dittatore che dir si voglia. Il titolo è, ancora,
due volte sbagliato perché sembra autorizzare e riconoscere
solo ora l'autonomia di giudizio dell'osservatore, svelando
che sin qui se ne sono sempre bellamente disinteressati,
o lo sapevano bene, ma han fatto finta di niente. L'opera
d'arte non deve compiacere: qui sta l'equivoco che ha generato
un titolo così infelice. Deve dividere, svelare,
nominare la realtà: è vitale e pulsante quando
la realtà la accetta o la respinge, quando gli esseri
umani vi si riconoscono o non vi si riconoscono, perché
entrambe le condizioni sono forme di conoscenza e ricerca
di identità: sono come, sono diverso da. Il titolo
ammette quindi l'esistenza dello spettatore e, senza dirlo,
svela che prima se ne ignorava scientemente l'esistenza.
Abbiamo però discusso solo del titolo: magari poi
la mostra è meglio.
Premetto di aver visitato solo le esposizioni dell'Arsenale,
dove del resto è ospitata generalmente la parte di
mostra più provocatoria e comunicativa. Per intenderci:
l'Arsenale di Venezia è un complesso di edifici fondato
nel XII secolo per produrre navi e imbarcazioni: è
un gigantesco cantiere navale che viene ampliato nel corso
dei secoli a formare un organismo urbano di rara compattezza
ed omogeneità in una città tanto complessa
come Venezia. E' titanico e singolare per Venezia poiché
costituisce uno sforzo significativo di una città
con noti problemi di spazio per dotarsi di un insediamento
produttivo che sarebbe straordinario già sulla terra
ferma. Le Corderie – un edificio lungo 316 metri e
largo 21 dei tanti che compongono l'arsenale – ospitano
gran parte delle 11 sezioni della Biennale, i cui nomi comunicano
un vago senso di crisi: crisi nell'inventarsi questi nomi,
piuttosto che crisi dell'uomo moderno. C'è la sezione
Clandestini, poi quella Smottamenti,
poi la Zona d'urgenza (Z.O.U.),
non può mancare la Struttura della crisi,
per non trascurare il Quotidiano Alterato,
fino a sfociare, al termine del percorso espositivo, nella
Stazione Utopia, che dal nome dovrebb'essere
liberatoria, ottimista, la risolutrice della crisi iniettata
scientificamente nelle papille dell'osservatore sin a quel
punto, ma pur sempre di Utopia di tratta, quindi alberga
nell'isola che non c'é. Due osservazioni: se non
volevi propormi una chiave di lettura lo stai già
facendo: mi dici che siamo in crisi, e me lo vuoi dimostrare
con l'arte che esponi; inoltre mi hai fatto pensare che
sarebbe meglio a. che non avessi chiamato in alcun modo
quelle sezioni, era meglio un numero e basta; b. che io
le avrei chiamate Pino e Gino, ma che la cosa sarebbe stata
tremendamente snob, e non sopporterei di essere più
snob di te che mi parli di Smottamenti, in fondo solo perché
ti piace la parola.
Comunque: questa Biennale che non dovrebbe proporre una
visione invece me ne propone 10 o 11, tutte più o
meno gravitanti attorno al concetto di quanto dovrei sentirmi
in crisi. Le opere deputate a farmi sentire un dittatore
in crisi sono esposte nell'allestimento possibilmente più
irrispettoso delle Corderie che si sia mai visto: tante
stanze di colore neutro a frazionare uno spazio dalle proporzioni
eccezionali e talmente fuori scala da realizzare la condizione
espositiva ideale: uno sfondo silenzioso e così sproporzionato
da scomparire. Non c'era bisogno di far niente, salvo le
consuete scatole buie per le opere video: invece l'immenso
volume interno è stato frazionato e umiliato da questa
miriade di pareti, aperture, soppalchi ecc. in una maniera
talmente pedante e noiosa da annullare qualsiasi effetto
di sorpresa dato dalla singolarità delle Corderie.
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