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Ad andare in crisi – più che la raffinata sensibilità
dell'osservatore/dittatore – sono ben presto i suoi piedi,
già stremati al 316° metro, suppergiù alla 4a
o 5a sezione. Ne mancano altre 4/5: coraggio. Illy, sponsor della
mostra, offre fra la 5a e la 6a sezione uno spazio di decompressione
o qualcosa del genere: divani, sedie e imbottiti rossi su cui
sdraiarsi: molti dittatori annoiati dormono saporitamente e senza
alcuna intenzione di simulare alcuna virile attenzione. In questo
ganglo nevralgico dell'esposione c'è una visita da non
perdere: quella dei nuovi servizi igienici, finalmente in muratura
e con piastrelle vere e non più quelle scatolette da concerto
rock in pvc in cui fermentano gli escrementi di altre migliaia
di persone, oltre ad un minimo di buon senso civile, straziato
da quelle robe da campo così radical chic che si spera
di non vedere più.
Il resto della mostra è un insieme noioso ed incoerente
di opere che pochi hanno voglia di vedere. Poi c'è un altro
spazio Illy in cui ti siedi e ti offrono un caffè, ma non
l'acqua: “Gliela darei – mi dice il barista
– ma sa di tubo: è veramente una schifezza”.
Per carità, il caffè va più che bene ed è
anche gratis.
Infine c'è la Stazione Utopia, annunciata da un pannello
in cui le lettere “UTOPIA” cotte dal sole si stanno
staccando. Pensi che devono durare fino al 2 novembre e che può
essere solo la perfida ironia delle cose che le ha conciate a
quel modo. Invece dentro all'ultimo padiglione c'è una
straordinaria opera: Cosmic Thing di Damian Ortega, un
maggiolino Volkswagen esploso e appeso a dei cavi metallici.

Cosmic Thing, di Damian Ortega
Non sai se è un'opera d'arte, ma è affascinante
e stai un bel po' a guardarla, a riconoscere quel pezzo e quell'altro,
a dire “Non pensavo fosse fatto così”.
Sembra una lezione di meccanica, o forse è semplicemente
la cosa più interessante da vedere. E' arte? A quel punto
non te ne frega onestamente niente, anche perché ti aspetta
ancora un'artista con la divisa d'ordinanza del personale della
Biennale che, quando meno te l'aspetti, si mette a cantare “This
is propaganda, you know, you know!” e lo fa con una
certa maniacale regolarità, in modo da suscitare lo stupore
dell'ormai derelitto dittatore e l'odio di chi, lavorando lì
tutto il giorno, si sorbisce un migliaio di ripetizioni di questa
nenia. Annientato il dittatore che è in te, ci si può
ancora aggirare fra le stanze in legno dell'ultima sezione, timbrarsi
con la scritta “IMAGINE_PEACE”, oppure mangiare qualcosa.
Non fa più molta differenza e lo spirito critico è
stanco e chiuso in un moribondo silenzio. Ha un impercettibile
sussulto in un'installazione ospitata nel giardino: la bianca
Chiesa della Paura, una costruzione in legno in cui si entra da
un'angusta porta, in cui si possono guardare nel confessionale
due monitor su cui non appare niente (forse il messaggio è
questo? Non c'è niente da vedere) e il cui rosone ti saluta
all'uscita con un bello sfintere anale che sostituisce il santo
d'ordinanza o la Madonna benedicente. Bonjour finesse. Ti ripeti:
non ti concedo nemmeno di chiamarla provocazione. Io, dittatore,
agirò con l'autorità che il mio ruolo mi concede:
ti ignoro.
Zeista Fluckt
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50. Esposizione Internazionale d'Arte
Sogni e Conflitti - La dittatura dello spettatore
Direttore: Francesco Bonami
Venezia, Giardini della Biennale - Arsenale - Museo Correr
- Stazione Santa Lucia.
Fino al 2 novembre 2003.
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