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10 07 03 | 11.40

Un giorno da dittatore (2/2)
di Zeista Fluckt

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01 Biennale Arti Visive 2003

 


Ad andare in crisi – più che la raffinata sensibilità dell'osservatore/dittatore – sono ben presto i suoi piedi, già stremati al 316° metro, suppergiù alla 4a o 5a sezione. Ne mancano altre 4/5: coraggio. Illy, sponsor della mostra, offre fra la 5a e la 6a sezione uno spazio di decompressione o qualcosa del genere: divani, sedie e imbottiti rossi su cui sdraiarsi: molti dittatori annoiati dormono saporitamente e senza alcuna intenzione di simulare alcuna virile attenzione. In questo ganglo nevralgico dell'esposione c'è una visita da non perdere: quella dei nuovi servizi igienici, finalmente in muratura e con piastrelle vere e non più quelle scatolette da concerto rock in pvc in cui fermentano gli escrementi di altre migliaia di persone, oltre ad un minimo di buon senso civile, straziato da quelle robe da campo così radical chic che si spera di non vedere più.
Il resto della mostra è un insieme noioso ed incoerente di opere che pochi hanno voglia di vedere. Poi c'è un altro spazio Illy in cui ti siedi e ti offrono un caffè, ma non l'acqua: “Gliela darei – mi dice il barista – ma sa di tubo: è veramente una schifezza”. Per carità, il caffè va più che bene ed è anche gratis.
Infine c'è la Stazione Utopia, annunciata da un pannello in cui le lettere “UTOPIA” cotte dal sole si stanno staccando. Pensi che devono durare fino al 2 novembre e che può essere solo la perfida ironia delle cose che le ha conciate a quel modo. Invece dentro all'ultimo padiglione c'è una straordinaria opera: Cosmic Thing di Damian Ortega, un maggiolino Volkswagen esploso e appeso a dei cavi metallici.


Cosmic Thing, di Damian Ortega

Non sai se è un'opera d'arte, ma è affascinante e stai un bel po' a guardarla, a riconoscere quel pezzo e quell'altro, a dire “Non pensavo fosse fatto così”. Sembra una lezione di meccanica, o forse è semplicemente la cosa più interessante da vedere. E' arte? A quel punto non te ne frega onestamente niente, anche perché ti aspetta ancora un'artista con la divisa d'ordinanza del personale della Biennale che, quando meno te l'aspetti, si mette a cantare “This is propaganda, you know, you know!” e lo fa con una certa maniacale regolarità, in modo da suscitare lo stupore dell'ormai derelitto dittatore e l'odio di chi, lavorando lì tutto il giorno, si sorbisce un migliaio di ripetizioni di questa nenia. Annientato il dittatore che è in te, ci si può ancora aggirare fra le stanze in legno dell'ultima sezione, timbrarsi con la scritta “IMAGINE_PEACE”, oppure mangiare qualcosa. Non fa più molta differenza e lo spirito critico è stanco e chiuso in un moribondo silenzio. Ha un impercettibile sussulto in un'installazione ospitata nel giardino: la bianca Chiesa della Paura, una costruzione in legno in cui si entra da un'angusta porta, in cui si possono guardare nel confessionale due monitor su cui non appare niente (forse il messaggio è questo? Non c'è niente da vedere) e il cui rosone ti saluta all'uscita con un bello sfintere anale che sostituisce il santo d'ordinanza o la Madonna benedicente. Bonjour finesse. Ti ripeti: non ti concedo nemmeno di chiamarla provocazione. Io, dittatore, agirò con l'autorità che il mio ruolo mi concede: ti ignoro.

Zeista Fluckt

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50. Esposizione Internazionale d'Arte
Sogni e Conflitti - La dittatura dello spettatore

Direttore: Francesco Bonami
Venezia, Giardini della Biennale - Arsenale - Museo Correr - Stazione Santa Lucia.
Fino al 2 novembre 2003.


 

 

 


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