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Se la cosa vi fa sentire meglio, chiamatelo pure documentario. Se chiamarlo documentario invece vi fornisce l'alibi per dire che è imbastito di falsità e che non può definirsi tale una cosa del genere, e che un documentario lo si fa così e non colà, beh, non ne parliamo nemmeno.
Fahrenheit 9/11 di Michael Moore è un film, è finzione, è costruito e montato come un film e del documentario non ha molto, se non una certa tecnica nell'assemblaggio. E allora? E' il veicolo di un messaggio, e, nelllo specifico, parla di Bush e dell'amministrazione americana per parlare d'altro. Perché se ha un solo merito, allora è quello di denunciare lo stato di malessere in cui versa la civiltà occidentale e quella americana che ne è il paradigma più preciso e macroscopico. Parla di Bush per parlare di riflesso della sordità e della disperazione di persone ingannate, fiduciose nella bontà della propria Patria, e perfidamente ingannate dai suoi sacerdoti.
Le immagini che sono la cifra di questo film sono quelle della madre che ha perduto il figlio in Iraq, e che va a Washington a gridare la sua disperazione ad orecchie ormai sorde. Moore, che è probabilmente un onesto cialtrone che conosce bene il mestiere e che lo plasma a suo piacimento, ha una buona intuizione già all'inizio del film, quando la sequenza dell'attentato alle torri gemelle è oscurato per lasciare la scena al ricordo che lo spettatore ne ha. Sono immagini che abbiamo visto così tante volte che ci pare di non poterle più contenere: la ripetizione le ha depauperate. Sentirne solo l'audio è un segno di rispetto, significa ridare loro una dimensione più umana. Inoltre coinvolge più profondamente lo spettatore, che conta gli aerei che si schiantano sulle torri attraverso l'immenso tonfo che provocano, e che ascolta le grida e cerca di distinguere le parole. Moore parla degli attentati con il linguaggio primitivo che la sofisticata cultura dell'immagine ha loro negato, riconsegnandone il ricordo alla dimensione orale, al racconto. Racconta, invece che far vedere. E' quasi paradossale la forza che può avere l'assenza del segno e la presenza invece della parola, anche della parola interrotta, dello psicosuono, del botto, del frastuono, dell'infrangersi di vetri, dell'esplodere di pietre, dello sventrarsi si telai metallici. Permette di rivivere attraverso l'emozione e il ricordo, invece che attraverso la sollecitazione visiva: quelle immagini sono incarnate in noi, ma il brivido che suscitano le parole di chi in quell'esatto momento era cieco come lo siamo noi che ora stiamo guardando uno schermo nero, e ci sforziamo di ricordare e non capiamo e il guardare ci fa capire ancora meno, bene, tutto questo ha un potere evocativo più sinuoso e meno immediato – ma per questo più persistente – dell'immagine. Moore impiega un'astuzia, un trucco filmico che non ha lo scopo di abbagliare e ingannare, ma che è funzionale ad un preciso scopo: far ricordare in una maniera diversa, e soprattutto azzerare il meccanismo del potere dell'immagine, negandogli la sua forza, cioé la sua manifestazione.
Ma ovviamente molti si sono concentrati sull'attendibilità delle tesi di Moore, e si sono dilettati a smontarla pezzo dopo pezzo. E' lecito, anche se dubito che serva a qualcosa e che a Moore interessi l'inattaccabilità del suo discorso. Giacché il suo è un discorso, appunto, testuale, non visivo: l'immagine è strumentale, non è il fine.
La sequenza più sconvolgente è, in questo senso, quella di Bush che continua a leggere la storiella di una qualche capretta ad una classe elementare della Florida, negli istanti in cui stanno crollando le torri. Per sette minuti il suo volto è stolidamente impenetrabile: non gli si riconosce il tratto dello sbigottimento, né dell'incredulità, né della paura. E' una maschera tragica che, negli occhi di chi sa cosa accade contemporaneamente, è sconvolta da un turbine di emozioni che nemmeno il più dotato attore tragico, e che, magicamente, conserva una sua fissità ebete che sarà inevitabilmente il volto che Bush consegnerà alla Storia. La storia di un presunto condottiero consigliato da geni che tali sono solo nella testa di chi non ne ha per riconoscerne il livore intellettuale e la corruzione morale.
L'immagine è la protagonista di queste sequenze: lo è perché adesso Moore denuncia l'impiego che l'amministrazione ne ha fatto, attraverso l'attenta somministrazione ad una popolazione talmente mansueta da non averne mai abbastanza di menzogne, tanto da finire per credere a qualsiasi cosa le si racconti.
Ciò che più stupisce della storia del mondo in questi ultimi anni è che la storia di Pierino e il lupo sembra non avere più alcun elemento reale: quante volte, ricorda Moore, sono stati paventati attentati imminenti dei quali non si sapeva né come, né quando, né secondo quali modalità si sarebbero svolti? Che forza può avere un monito così poco circostanziato? Una certa forza ce l'ha, e purtroppo non è quella che il suo intento vorrebbe far credere, ossia tenere alta la guardia, ma piuttosto quella di diffondere un allarmante rumore di fondo: attenti, ci vogliono far del male, e solo noi possiamo proteggervi!
Che poi, proprio nel descrivere come è stata condotta la tanto strombazzata guerra al terrorismo, Moore si avvicina meglio all'idea che i puristi hanno del documentario, ossia un veicolo visivo e testuale che non vuole dimostrare alcuna tesi, ma che svela e racconta una verità man mano che procede: non impartisce, ma rivela, cioé toglie strati alla realtà e la denuda. Il dispersivo e molto poco giornalistico pistolotto iniziale sui legami fra gli Emirati Arabi e la famiglia Bush è senz'altro la parte più debole del film; descrivere invece cosa è una guerra, ma nemmeno “descriverla”, farla vedere piuttosto, lasciare che a metterci le parole giuste siano i soldati di 18 anni che combattono in un fronte bellico di cui qualche mese prima non avrebbero saputo individuare nemmeno la posizione su di un mappamondo, mostrare cosa significa il dolore di una madre che ha perduto il figlio, o il colore che assume la pelle carbonizzata da una bomba, ecco, tutto questo forse è il documentario che molti accusano Moore di non sapere e non volere fare. Perché, in definitiva, di questa guerra si è parlato sino allo sfinimento, e se ne è visto molto meno, se non la versione edulcorata e filtrata da una regia militare molto ben consapevole della forza delle immagini.
In Italia l'inedia rispetto al dubbio e alla complessità della realtà è così ben radicata che, ovviamente, nessuno si è negato il dibattito sull'utilità e il danno di Moore per la sinistra. Certo, Moore non è per niente di destra e sta bene a sinistra, certo, con la sinistra “liberal” americana (sì, quella a cui assomiglia sempre più precisamente la nostra sinistra, proprio quella che, mio Dio, ma che differenza c'è con la destra?) non è tenero, ma nemmeno implacabile tanto quanto è con la destra, ma, in fondo in fondo: abbandoniamo le tesi e la destra e la sinistra e se lui è di destra e non di sinistra, e se Moore dice balle o meno. Non vogliamo dimostrare nessuna tesi. Vogliamo porre una domanda: sinceramente, è più dannosa una menzogna di Bush o una di Moore?
E poi, se volete chiamarlo documentario, continuate pure.
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