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03 09 03 | 14.40

Nel 1989 non è successo niente
Goodbye Lenin di Wolfgang Becker | di Dario Amidei

 

 
     
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01 Goodbye Lenin
(sito del film)



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1989, Germania dell'Est. Il muro di Berlino sta per cadere. Una madre, Christiane, abbandonata dal marito e devota alla causa socialista con la quale ha un rapporto quasi matrimoniale di dedizione e abnegazione, vive con i figli Alex e Ariane. Pochi giorni prima del crollo del muro, durante una manifestazione di protesta, vede il figlio scagliarsi contro gli ideali a cui lei si è disperatamente aggrappata per tanto tempo, ed ha un infarto che la riduce in coma. La sua convalescenza coincide con il crollo del muro e i profondi cambiamenti che investono Berlino. Al suo risveglio viene consigliato ai figli di risparmiarle emozioni troppo forti. Cosa può esserci di più sconvolgente di vedere scomparire il mondo in cui si credeva, che era anche il sostituto di un matrimonio fallito? Bisogna creare per lei un mondo fittizio, dove tutto sembri esattamente come prima e di questo si incarica il figlio Alex.

Il compito di Alex è fermare il tempo e invertirlo, per il bene di sua madre. Non deve precisamente creare ad un mondo illusorio, quanto piuttosto tenere in vita un sistema sociale e di abitudini che coincide col senso di normalità della madre. L'apparenza della normalità è data dalle cose più piccole: i cetrioli preferiti, il caffé, il telegiornale. Il figlio si sostituisce alla madre nel ruolo di creatore: in realtà è più corretto parlare di conservatore/ordinatore. Egli infatti mantiene in vita artificialmente ciò che non è più. Nella Berlino est ormai travolta dall'economia di mercato è impossibile trovare i beni di consumo comuni qualche mese prima: il cambiamento coincide con la negazione del passato, e le merci occidentali hanno invaso i supermercati: la cultura socialista omologante sta per essere cancellata dalla marea consumista. Il mondo che fu deve sopravvivere perché la sua esistenza, sebbene fittizia, può salvare la vita di una donna, ignara del percorso che ha preso il suo destino.
Goodbye Lenin è un film sull'abbandono e sul potere della parola: la madre si abbandona all'illusione che il figlio sta architettando per lei (anche se in molte sequenze la regia vuole dare la sensazione che lei conosca bene la verità) ed è con la parola che lui costruisce e sostanzia la finzione: attraverso la parola dei finti telegiornali che monta con il collega di lavoro o attraverso le cervellotiche spiegazioni che le fornisce sul perché improvvisamente il condominio che si vede dalla finestra si sia ammantato di una gigantesca pubblicità della Coca Cola. C'è un'allusione nemmeno troppo velata all'abbandono anche nel bel personaggio di Lara (Chulpan Khamatova), l'infermiera russa che accudisce la madre e di cui Alex si innamora: in molte scene è rappresentata a cavalcioni su cornicioni o su solai sventrati di cadenti costruzioni. Vi sta sistemata come fosse la cosa più normale del mondo, mentre lo spettatore percepisce il senso di pericolo e lo straniamento che deriva dal rappresentare una scena simile come naturale. Lara viene descritta attraverso la dissonanza fra la sua provenienza – che è il mondo sovietico dal quale la Germania dell'Est si sta allontanando – e il suo comportamento, pericolosamente in bilico verso l'ignoto. L'abbandono è raffigurato nell'irrazionale fiducia con cui lei si protende su vertiginosi precipizi, lasciandosi alle spalle un passato decrepito. Il potere della parola è invece dominio di Alex: il suo racconto della realtà – giacché la madre subisce il racconto, non la realtà stessa, non potendosi muovere dal letto – è un'interpretazione della stessa. Non vi coincide e perciò può arrivare a dirne il contrario senza farle un torto. La sovrapposizione del figlio alla manifestazione dell'idea socialista – necessariamente diversa dall'idea stessa – è perfetta: è la somministrazione scientifica di ciò che è irreale e irrealizzabile attraverso l'illusione, è la droga sociale che persuade dell'eguaglianza di esseri umani che invocano invece solo il rispetto delle proprie individualità. Alex conosce i paradigmi del dogma socialista, e da strumenti di controllo sociale riesce a piegarli ad esigenze squisitamente private, sino a condurre dolcemente la madre all'accettazione del cambiamento. La sequenza finale è il trionfo del suo genio interpretativo: il suo eroe dell'infanzia – un astronauta ormai ridotto a fare il tassista, o un suo sosia, non si capisce bene – diventa cancelliere della Germania dell'Est e decide di aprire le frontiere. Per permettere ai cittadini dell'est di scappare fra le braccia del capitalismo? Nemmeno per sogno: per l'esatto contrario, per permettere alle vittime del capitalismo di essere accolti come fratelli dallo stato sociale, egualitario e compassionevole. La prospettiva è ormai rovesciata e il racconto ha raggiunto il punto di non ritorno: ha negato se stesso attraverso lo scambio dei termini del reale; ha tradito la realtà poiché ha permesso alla parola di superare l'azione, nel tentativo di annullare la forza del reale sul pensiero. L'intelligenza del racconto del regista Wolfgang Becker sta nel rispetto per le sue regole: alla moribonda ed adorata madre non viene somministrata una realtà fasulla, ma una lettura della stessa, adattata secondo le esigenze. Quando la forza del reale è eccessiva anche per essere contenuta dal racconto e dall'interpretazione del pensiero, la storia cessa, e rispettosamente accompagna la povera donna alla conclusione della sua vita: negli occhi il sorriso del figlio, sulle labbra il sorriso di una madre sospesa fra la scoperta meravigliata dell'inganno, e la meraviglia del potere immaginifico del figlio e del suo amore.

 
       
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GOODBYE LENIN (GERMANIA 2003)
Regia: Wolfgang Becker | Con: Daniel Bruhl (Alex), PKatrin Sab (Christiane Karner), Chulpan Khamatova (Lara), Maria Simon (Ariane), Sceneggiatura: Wolfgang Becker, Bernd Lichtenberg | Musiche: Yann Tiersen Fotografia: Martin Kukula | Produzione: Westdeutscher Rundfunk, X-Filme Creative Pool, Arte
Lady Film

 

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