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1989,
Germania dell'Est. Il muro di Berlino sta per cadere. Una
madre, Christiane, abbandonata dal marito e devota alla
causa socialista con la quale ha un rapporto quasi matrimoniale
di dedizione e abnegazione, vive con i figli Alex e Ariane.
Pochi giorni prima del crollo del muro, durante una manifestazione
di protesta, vede il figlio scagliarsi contro gli ideali
a cui lei si è disperatamente aggrappata per tanto
tempo, ed ha un infarto che la riduce in coma. La sua convalescenza
coincide con il crollo del muro e i profondi cambiamenti
che investono Berlino. Al suo risveglio viene consigliato
ai figli di risparmiarle emozioni troppo forti. Cosa può
esserci di più sconvolgente di vedere scomparire
il mondo in cui si credeva, che era anche il sostituto di
un matrimonio fallito? Bisogna creare per lei un mondo fittizio,
dove tutto sembri esattamente come prima e di questo si
incarica il figlio Alex.
Il compito di Alex è fermare il tempo
e invertirlo, per il bene di sua madre. Non deve precisamente
creare ad un mondo illusorio, quanto piuttosto tenere in
vita un sistema sociale e di abitudini che coincide col
senso di normalità della madre. L'apparenza della
normalità è data dalle cose più piccole:
i cetrioli preferiti, il caffé, il telegiornale.
Il figlio si sostituisce alla madre nel ruolo di creatore:
in realtà è più corretto parlare di
conservatore/ordinatore. Egli infatti mantiene in vita artificialmente
ciò che non è più. Nella Berlino est
ormai travolta dall'economia di mercato è impossibile
trovare i beni di consumo comuni qualche mese prima: il
cambiamento coincide con la negazione del passato, e le
merci occidentali hanno invaso i supermercati: la cultura
socialista omologante sta per essere cancellata dalla marea
consumista. Il mondo che fu deve sopravvivere perché
la sua esistenza, sebbene fittizia, può salvare la
vita di una donna, ignara del percorso che ha preso il suo
destino.
Goodbye Lenin è un film sull'abbandono
e sul potere della parola: la madre si abbandona all'illusione
che il figlio sta architettando per lei (anche se in molte
sequenze la regia vuole dare la sensazione che lei conosca
bene la verità) ed è con la parola che lui
costruisce e sostanzia la finzione: attraverso la parola
dei finti telegiornali che monta con il collega di lavoro
o attraverso le cervellotiche spiegazioni che le fornisce
sul perché improvvisamente il condominio che si vede
dalla finestra si sia ammantato di una gigantesca pubblicità
della Coca Cola. C'è un'allusione nemmeno troppo
velata all'abbandono anche nel bel personaggio di Lara (Chulpan
Khamatova), l'infermiera russa che accudisce la madre e
di cui Alex si innamora: in molte scene è rappresentata
a cavalcioni su cornicioni o su solai sventrati di cadenti
costruzioni. Vi sta sistemata come fosse la cosa più
normale del mondo, mentre lo spettatore percepisce il senso
di pericolo e lo straniamento che deriva dal rappresentare
una scena simile come naturale. Lara viene descritta attraverso
la dissonanza fra la sua provenienza – che è
il mondo sovietico dal quale la Germania dell'Est si sta
allontanando – e il suo comportamento, pericolosamente
in bilico verso l'ignoto. L'abbandono è raffigurato
nell'irrazionale fiducia con cui lei si protende su vertiginosi
precipizi, lasciandosi alle spalle un passato decrepito.
Il potere della parola è invece dominio di Alex:
il suo racconto della realtà – giacché
la madre subisce il racconto, non la realtà stessa,
non potendosi muovere dal letto – è un'interpretazione
della stessa. Non vi coincide e perciò può
arrivare a dirne il contrario senza farle un torto. La sovrapposizione
del figlio alla manifestazione dell'idea socialista –
necessariamente diversa dall'idea stessa – è
perfetta: è la somministrazione scientifica di ciò
che è irreale e irrealizzabile attraverso l'illusione,
è la droga sociale che persuade dell'eguaglianza
di esseri umani che invocano invece solo il rispetto delle
proprie individualità. Alex conosce i paradigmi del
dogma socialista, e da strumenti di controllo sociale riesce
a piegarli ad esigenze squisitamente private, sino a condurre
dolcemente la madre all'accettazione del cambiamento. La
sequenza finale è il trionfo del suo genio interpretativo:
il suo eroe dell'infanzia – un astronauta ormai ridotto
a fare il tassista, o un suo sosia, non si capisce bene
– diventa cancelliere della Germania dell'Est e decide
di aprire le frontiere. Per permettere ai cittadini dell'est
di scappare fra le braccia del capitalismo? Nemmeno per
sogno: per l'esatto contrario, per permettere alle vittime
del capitalismo di essere accolti come fratelli dallo stato
sociale, egualitario e compassionevole. La prospettiva è
ormai rovesciata e il racconto ha raggiunto il punto di
non ritorno: ha negato se stesso attraverso lo scambio dei
termini del reale; ha tradito la realtà poiché
ha permesso alla parola di superare l'azione, nel tentativo
di annullare la forza del reale sul pensiero. L'intelligenza
del racconto del regista Wolfgang Becker sta nel rispetto
per le sue regole: alla moribonda ed adorata madre non viene
somministrata una realtà fasulla, ma una lettura
della stessa, adattata secondo le esigenze. Quando la forza
del reale è eccessiva anche per essere contenuta
dal racconto e dall'interpretazione del pensiero, la storia
cessa, e rispettosamente accompagna la povera donna alla
conclusione della sua vita: negli occhi il sorriso del figlio,
sulle labbra il sorriso di una madre sospesa fra la scoperta
meravigliata dell'inganno, e la meraviglia del potere immaginifico
del figlio e del suo amore.
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