Prologo
Erano altri tempi quelli in cui si trovava tempo per scoprire
e godere delle nuove emozioni. Tempi in cui uno studente
può permettersi il lusso di trascurare le ore di
studio "tradizionale" per dedicarsi alle passioni
più interiori, per poi ricongiungere questi due elementi
appena possibile.
Durante gli anni di università conoscevo un tale
molto in gamba. Purtroppo (per me!) l'ho incontrato solo
a qualche mese dalla mia laurea, ma non appena conosciuti
ci siamo presi da subito in grande simpatia. Lui aveva in
cuore una smisurata passione per il Cinema e la Fotografia,
che spesso anteponeva ai suoi studi di Architettura.
"Turi" si faceva chiamare dagli amici più
intimi, ma credo che a lui non piacesse molto. Quando ci
hanno presentati stavo preparando la mia tesi di laurea,
e lui mi ha chiesto quale fosse il tema. "Sto facendo
uno studio sul movimento" risposi, lui non disse niente
e per un attimo mi è sembrato quasi che si assentasse
materialmente. Salvatore "Turi" era molto più
che un appassionato di cinema, la sua collezione (rigorosamente
registrata tutte le sere da Fuori Orario) annoverava titoli
noti e meno noti e lui sembrava conoscesse ogni particolare
dei film più o meno belli della storia del cinema.
In quei pochissimi (ahimè!) momenti che siamo riusciti
a condividere mi ha insegnato a guardare al grande schermo
con occhi diversi, ad assaporarne ogni fotogramma ed ogni
singolo evento sonoro. Terminata la nostra cena, dopo un
lungo silenzio ha esordito chiedendomi se avessi mai sentito
parlare di Koyaanisqatsi. Non posso celare la mia ignoranza
in quel momento, che mi ha portato a sorridere di un titolo
così cacofonico. L'ilarità di quell'attimo
è stata tuttavia istantaneamente troncata dal serissimo
volto di Turi che improntava pacatamente una dissertazione
sui significati di questo film e le attinenze con le tematiche
che stavo affrontando per i miei studi. Comprensibilmente,
quella serata e quell'incontro hanno suscitato in me una
smisurata curiosità nei confronti della pellicola
e del progetto di Godfrey Reggio, informazioni che ritenevo
indispensabile per la buona prosecuzione della mia tesi.
Ho inseguito invano per anni questo film, trovando informazioni
di ogni genere, senza mai riuscire a trovarlo in alcuna
videoteca. La curiosità che quella sera mi si serrava
addosso si è lentamente dispersa nei tre anni che
sono intanto trascorsi da allora. Fino a quando Koyaanisqatsi
non si è ripresentato ai miei occhi in una piccola
videoteca di Bournemouth, nel sud dell’Inghilterra.
In quel momento ho resuscitato le sensazioni e i racconti
di quella serata trascorsa insieme a Turi, e ovviamente
non ho opposto alcuna resistenza alla tentazione di acquistarlo.
Koyaanisqatsi è un lungometraggio
atipico, senza dialoghi, nel quale non c'e' una vera e propria
trama, opulento bensì di significati. Propone una
riflessione sul rapporto tra l'uomo e la natura, riflessione
che viene del tutto rinviata allo spettatore, operando quale
semplice documentazione di quanto accada. La sequenza di
immagini, perfette nella fotografia, progredisce in perfetta
simbiosi con le composizioni musicali minimaliste di Philip
Glass per la prima parte del film, ritraendo con fotogrammi
di sconvolgente suggestività la forza delle bellezze
naturali del nostro pianeta. Il secondo capitolo (anche
qui le musiche sposano perfettamente ogni singola immagine)
racconta ancora del mondo, ma quello vissuto dagli uomini,
il loro rapporto con le città e soprattutto con la
tecnologia, i media, e i mezzi di trasporto. Questo secondo
"racconto" è affidato non solo alla mera
tecnica cinematografica, ma fa anche largo utilizzo di una
tecnica di post-produzione, ancora nuova in quegli anni,
oggi più attuale grazie al digital editing, attraverso
la quale viene aumentato in molte scene il numero di fps
(fotogrammi al secondo). Questo espediente viene qui largamente
utilizzato congiuntamente a tensioni musicali più
intense al fine di far meglio comprendere allo spettatore
il divario tra i ritmi "naturali" e quelli "cittadini".
Un ritratto della evoluzione/involuzione (a seconda dell'interpretazione
data) della storia del mondo e dei suoi dimoranti, in un
momento in cui un forte sconvolgimento sta stravolgendo
le sembianze del nostro pianeta.
Koyaanisqatsi nella lingua non scritta degli indigeni Hopi
vuol dire vita in agitazione, in disordine. Fa parte di
una trilogia, e di un programma molto più ampio nato
con la televisione, poi approdato al cinema. Nei primi anni
'70 Reggio ha avviato l’Institute for Regional Education
a Santa Fe, una fondazione no-profit che si occupa ancora
oggi di sviluppo dei media, dell’arte. I tre film
epilogo di questo progetto, rappresentano la cronaca della
rapida evoluzione e dello sconvolgente impatto della modernità
nel mondo degli ultimi decenni. Un progetto durato sette
anni, dalla sua ideazione fino alla sua realizzazione, iniziato
alla meta degli anni ‘70 per arrivare al pubblico
solo nel 1982, datato quindi, ma ancora strettamente attuale.
A dieci anni dall'uscita sugli schermi di Koyaanisqatsi,
il regista è stato chiamato da Benetton per lo sviluppo
di F A B R I C A, il noto laboratorio di sperimentazione
nelle Arti figurate a Treviso.
Grazie Turi.
Silvio Caligiuri
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