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05 04 03 | 11.10

La parola più dell'immagine
The Hours di Stephen Daldry | di Franco Cuomo

 

 
     
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01 The Hours
(sito del film)
02 Michael Cunningham
03 Miramax
04 Virginia Woolf


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Un dettaglio della locandina di The Hours
       
   

Forse perché è un film tratto da uno splendido libro (l'omonimo The hours di Michael Cunningham), forse perché il libro stesso parla di un'altro libro (Mrs Dalloway di Virginia Woolf) e della sua autrice, forse perché sono un film ed un libro sul potere della parola e della creazione umana, forse per questi motivi del bel film di Stephen Daldry rimangono impressi gli equilibrati dialoghi scritti da David Hare piuttosto che le immagini, altrettanto belle. Si avverte quasi che, per questa volta, le parole sono più importanti delle immagini, pur precise e puntuali, nella ricostruzione della campagna inglese dove la Woolf è confinata per curare la sua patologia psichica, o nella Los Angeles del 1951, o nella intima New York dei nostri giorni. La memoria che il film lascia allo spettatore è quasi solo testuale. «Chi deve morire è il poeta, il visionario» dice Virginia Woolf al marito che le chiede se è così importante la morte e chi deve morire e perché nel libro che sta scrivendo, Mrs Dalloway appunto. Oppure «Si muore per permettere a chi continua a vivere di apprezzare la vita» scrive al marito per giustificare la necessità di abbandonare Richmond per ritornare a Londra, per reimmergersi nel flusso vitale che il silenzio della campagna aveva ridotto ad un suono impercettibile. «Si ritorna da dove si è venuti» quando si muore, dice alla piccola nipote quando questa le chiede qual'è il luogo a cui si torna, mentre preparano un giaciglio funebre per un uccellino morto, come se la morte fosse una destinazione, una meta di un viaggio e non la fine di ogni viaggio. La morte e la creazione si fronteggiano in questo film/libro in una morbosa relazione in cui ciò che crea la vita in realtà tende verso la mrte come se l'annullamento, l'assenza fossero il corretto prodotto dell'arte della creazione. La parola è il veicolo, lo strumento che conduce questo messaggio nel mondo dei viventi. E' la parola attraverso cui si esprime la Woolf, è il dominio della parola quello in cui Laura Brown, la casalinga californiana depressa interpretata da Julianne Moore, cerca il senso della propria inadeguatezza a vivere e ad essere madre, è la parola il mestiere di Richard (Ed Harris), lo scrittore morente di aids, figlio di Laura e amico di Clarissa (Meryl Streep). La parola crea, ma genera la morte: la Woolf progetta una morte – che deve essere di un personaggio del suo libro, ma che è in realtà la sua -; Laura progetta lucidamente di rifiutare ciò che ha creato, di negare i suoi figli dopo averli generati; Richard contempla impotente il potere che la sua morte acquista ogni giorno, corrodendo il suo corpo, dispiegandosi implacabilmente di fronte ai suoi occhi, succhiandogli energia. Clarissa rappresenta l'elemento atipico nella narrazione: è la forza che conserva in contrasto con la forza che genera e reinventa incessantemente se stessa, la creazione appunto: rivive gelosamente una mattina di 30 anni prima in cui era stata felice con Richard, e lo fa in maniera ossessiva e patologica, fino a vivere solo nel passato. Lo sguardo della sua mente guarda se stessa riflessa, rimanendo imprigionata nella propria idea di se stessa. Solo chi “progetta”, chi getta insomma davanti a se, chi ha lo sguardo rivolto al futuro vive insopportabilmente, sviluppa la coscienza della vita al massimo grado, soltanto persone come queste sono creatori, e non conservatori di ricordi. Chi progetta, chi crea, proietta la sua mente sulle cose e le trova alla fine normali e non più degne d'essere vissute: «Vivi e alla fine ti accorgi che le cose sono così, e basta» dice la Woolf mentre si immerge nelle acque che la inghiottiranno. Lo sguardo del creatore e del visionario è quello che illumina le cose, così come il poeta “nomina” la realtà, le da una vita e la fa vedere per la prima volta all'uomo. Chi la vede e la scopre “semplicemente così, e basta” capisce l'inutilità di vivere oltre. La vita è semplicemente così, e quindi è meglio tornare alla morte da dove siamo venuti, perché il senso delle cose è ormai svelato e la missione è conclusa. Solo Laura è capace di affrontare lucidamente la morte fino a rifiutarla non riuscendo a suicidarsi: è capace di controllare l'impulso a cedere al nulla riducendo il desiderio ad un disciplinato esercizio di controllo dei sentimenti, di negazione dell'affetto materno.
Non c'è alcun moralismo: è l'essenza dell'uomo prima della legge e della convenzione - e quindi prima della parola – prima ancora che l'uomo diventi puro pensiero: chi vede la vita non deve morire perché ha osato pensarsi capace di vedere Dio in volto: chi vede le cose decide di morire perché ha vissuto, perché ha conosciuto la realtà e l'ha trovata “così”, neanche interessante, e comunque non ci puoi far niente per cambiarla.
Il ritorno all'origine diventa l'unico desiderio: il creatore può tutto, eccetto che creare se stesso: egli è stato creato, proviene da ciò che non è esso stesso e può quindi essere solo il distruttore di se stesso, il contrario della sua natura che è di creare. La sua autodistruzione coincide con la sua morte e si manifesta attraverso di essa, come nei romanzi della Woolf. Il creatore, il poeta, l'artista conoscono le cose e le possono nominare, dare loro vita e anche morte: sono dei nella capacità di dare vita in cambio della loro stessa vita sino a non poter far altro che morire.
La creazione è bloccata, è sterile: istericamente produce umori contrastanti che si annullano, produce il profumo della morte, oltre alla vita. Chi produce la vita la rifiuta, come Laura; chi scopre le cose, il poeta, è destinato a disamorarsene, in un perverso gioco in cui la procreazione è negata, è infruttuosa, genera la sua stessa negazione o non genera niente, se non la parola, il segno: gli unici che restano, oltre i destini dei singoli, oltre l'immagine.


 
       
 
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THE HOURS
Regia: Stephen Daldry| Con: Nicole Kidman (Virginia Woolf), Julianne Moore (Laura Brown), Meryl Streep (Clarissa Vaughan), Ed Harris (Richard), Jeff Daniels (Louis)| Sceneggiatura: David Hare | Fotografia: Seamus McGarvey | Montaggio: Peter Boyle (II) | Musiche: Philip Glass | Produzione: Buena Vista International.

Dall'omonimo romanzo di Michael Cunningham.

 

 
   
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