Di
solito i sequel hanno il dubbio merito di trasformare una
buona idea in uno spreco inutile di pellicola, e bisogna
ammettere che almeno in questo l’ultimo (speriamo)
capitolo della saga non c'è da essere delusi.
Per chi conservava ancora un briciolo di speranza dopo la
visione di Reloaded, le macchine hanno vinto. Ha vinto cioè
la macchina Hollywood pronta a spremere soldi anche a costo
di distruggere un mito.
Purtroppo quando riguarderò per l’ennesima
volta il primo Matrix, l’unico, non potrò fare
a meno di pensare ai due pietosi seguiti e so già
che questo mi farà perdere qualcosa della sua magia,
del genio e della freschezza di uno dei migliori film di
fantascienza mai fatti.
Abbozzare un minimo di recensione obbiettiva a questo “film”
mi risulta particolarmente difficile ma il nome Matrix merita
almeno un po’ di spreco di inchiostro.
Schizzati via anni luce dalle filosofie,
o meglio non-filosofie, buddiste-zen, i W-Bros abbracciano
un citazionismo stupido ed inutile costruendo un bislacco
omaggio alla cristianità, trasformando l’eletto
da risvegliato ed illuminato a messia e salvatore del mondo
obbligandolo al martirio ed al sacrificio ed inchiodandolo
per il gran finale ad una croce cibernetica.
I dialoghi sono pressoché inesistenti, e, quando
ci sono, annoiano. Le scene d’azione risultano infilate
nella sequenza degli avvenimenti con studiata precisione,
quasi la sceneggiatura fosse stata costruita da qualche
prototipo di Intelligenza Artificiale, molto artificiale.
Il solo tema forte ripreso in questo capitolo è quello
della scelta, già affrontato nell’episodio
precedente, senza aggiungere niente di nuovo e l’amore
più melenso che dovrebbe fare da collante all’intera
trama, è semplicemente una melassa che impasta ancora
di più la pellicola.
Ottimi gli effetti speciali ma questo è scontato
e ovviamente non basta a fare un film.
Ciò che più lascia interdetti è la
totale assenza di spessore di personaggi che potevano rendere
moltissimo con un minimo di sforzo, visto che la trama lascia
molto a desiderare. Ci si aspettava almeno l’astuzia
di sfruttare l’eredità delle idee passate,
ma invece l'enorme capitale costituito dal carattere di
Morpheus è, per contrasto, ancor più dissipato
dall'insistenza sul personaggio di Kid, che, capace di piegare
i cucchiai nel primo episodio, riveste in questo il più
bieco stereotipo dell'eroe giovane ed impacciato capace
di eroiche imprese.
Morpheus era la spina dorsale degli altri capitoli, ed è
ora praticamente accantonato: la sua crisi esistenziale
viene liquidata in un paio di battute scontate e non gli
si concede nemmeno l'onore delle armi.
Il Merovingio, forse un potenziale eletto fallito, ha un
peso incomprensibile nella prima mezz’ora di film,
ma non si capisce appunto a che scopo. Il seno di Monica
Bellucci, accuratamente esposto e generosamente inquadrato,
recita più espressivamente della sua proprietaria,
che riveste un ruolo perfettamente inutile se non per il
suo curriculum professionale.
L’agente Smith diventa una parodia di se stesso che
ha il suo apice nella risata diabolica scaturita dall’assorbimento
dell’Oracolo.
L’Architetto, che ben promettava nel secondo capitolo
grazie ad un complesso ma illuminante dialogo con Neo, appare
sul finale con la stessa importanza della marca della pellicola
utilizzata nei titoli di coda. Ancora una volta non c’è
stato il coraggio di sviluppare un personaggio tanto complesso.
Cosa rimane dunque per abbozzare un salvataggio di una simile
opera: niente, assolutamente niente; e quindi come spesso
fa l’agente Smith anche noi chiediamo: perché?
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