meta.home
meta.politica
meta.cultura meta.società meta.about

 

12 02 05 | 12.40

Provincia immobile.
Provincia Meccanica di Stefano Mordini | di Franco Cuomo

 

 
link

 


01 Provincia Meccanica


Politica

Politica interna
Politica estera


Cultura
Architettura
Arte
Cinema
Fotografia
Letteratura
Musica


Società
Costume
Televisione
 
       
   
 

Marco e Silvia hanno due figli. Vivono a Ravenna. Lui fa l’operaio, lei non fa niente. Vivono una felicità coniugale alienata: lo sono in quanto famiglia, ma sono al contempo scollegati dalla realtà sociale. I servizi sociali gli sottraggono la figlia, perché frequenta poco la scuola: secondo i genitori perché è malata, secondo le isituzioni perché è trascurata. Non c’è violenza o sopruso in questa storia, ma una successione di vicende che non è governata dalla legge di causa-effetto, bensì da una teoria incoerente di azioni, non causate e non volute. In verità si capisce poco o punto della loro vita: sembrano starsene loro stessi ai suoi margini, a vedere cosa gli passa davanti agli occhi, senza neanche troppo interesse. Gli interessa invece molto vivere un’esistenza istintiva, in cui l’amore per i figli è gioioso, ma in cui ogni complicazione sociale e morale è un fastidioso imbarazzo, che deve essere tenuto lontano dallo sguardo. Un cardine della narrazione è una scena – di pochi minuti – durante la quale Marco e Silvia sono in macchina. Lei gli ha chiesto di fare qualcosa quella sera, e – perché no? perché non andare a fare un giro a Venezia? Venezia la si vede dal tetto del garage comunale di piazzale Roma, dove hanno parcheggiato la macchina e dal quale non si sono più mossi. Venezia la guardano da là sopra (che, a ben pensarci, è un ottimo punto di vista, quanto meno inusuale per un città che normalmente si vede con l’ottica di un topo, chiusi fra calli, all’ombra). Non scendono da là sopra: se ne stanno ai margini, alla periferia, o meglio, in provincia.
La provincia è un’efficace esemplificazione del concetto di periferia: una città è provincia rispetto alla capitale, ed è quindi condannata ad essere intesa sempre e comunque come sinonimo di periferia, di margine. Ma non è la provincia borghese quella raccontata da Stefano Mordini: non è la provincia con i connotati della famiglia percorsa da brividi di passione e tradimento, chiacchere e invidia e chiassosa umanità di certi film che hanno raccontato anni fa, per esempio, la provincia veneta. Qui la famiglia è implosa, non è affatto proiettata nella sua dimensione sociale, ma anzi, proprio da questa si ritrae, disgustata e annoiata, incapace di sentirsene parte. In un’altra scena, Marco risponde a Dragan – il ceco che si è portato a casa per riparargli la macchina e che metterà in cinta Silvia – che gli chiede perché ha così tanti videogiochi, che “Mi piace giocare”. Gli piace guardare, simulare la vita, ma mantenendo un certo distacco. E spesso ci gioca, e spesso guarda le cose e le persone, invece che agire. Perché, ripetiamo, nel film succede poco o niente: lei, scoperto che il bambino di cui è incinta è di Dragan, se ne andrà di casa, e lui aspetterà, senza mai combattere veramente per cambiare le cose, per riformare il suo nucleo esistenziale. Il suo cognome non deve essere stato scelto a caso: Battaglia è infatti una sottile ironia del regista, che disegna con abiti marziali uno che è tutt’altro che combattente.
Purtroppo, quando le storie dicono poco ed è difficile appassionarvisi, interviene l’intelletto, o meglio, l’intellettualizzazione della storia. Nel cinema italiano di questi ultimi anni, il fenomeno si traduce in: lunghi primi piani del protagonista con occhi malinconi e languidi, parole non dette di lei – che onestamente pare più una statua di sale che una tratteggiatrice di stati d’animo – latitanza della sceneggiatura che ora “non deve dire“, violoncelli sturm-und-drang, dettagli di oggetti. La cosa funziona: una o due volte. Poi certi lunghi e inutili momenti di noia e solitudine nella seconda parte sono quantomeno pleonastici. A volte è meglio dire di meno che di più. Nel frattempo, mentre contempla lo sguardo contemplante di Accorsi/Marco, lo spettatore può anche pensare che di quei due e dei loro figli non gliene importa poi molto, che il problema in fondo è che per loro non ha neanche simpatia umana: non c’è partecipazione perché non ci si sente né di condannarli (non sono cattivi genitori) né di assolverli, e si inizia invece a provare lo stesso distacco annoiato dei protagonisti per la loro stessa vita. Si inizia a pensare che da questa vita passiva (che neanche più combatte per ideali, magari sbagliati) non c’è molto da cavare fuori. Non è denuncia sociale, ma forse è peggio: perché la società del film non è malata e morente, ma non è e basta, non viene nanche percepita come un’assenza. Alla fine non la si guarda nemmeno più, la vita di provincia e la propria stessa vita: si aspetta che succeda qualcosa, in questa cosa che non governi e non capisci più. Poi si accendono le luci.

 
 
mail