Bob
Harris (Bill Murray) è un attore la cui carriera
sta lentamente scivolando verso il pensionamento. Lo invitano
a girare in Giappone uno spot per un whiskey. Nell'hotel
dove è alloggiato fa amicizia con la giovane Charlotte
(Scarlett Johansson), moglie di un fotografo (Giovanni Ribisi)
che, sempre impegnato fra un set e l'altro, la lascia spesso
sola. Non c'è sesso e non nasce una storia d'amore,
o non proprio.
Lost in Translation è ambientato
in Giappone, e non è un caso. Chi conosce questo
paese può apprezzare ancor di più questo film,
chi non lo conosce può comunque trovarlo interessante
e curioso. Il film comunica un'idea precisa e rispettosa
di un paese straniero, ed è capace di farlo mantenendo
un punto di vista ben definito, ma commentandolo silenziosamente
con impressioni, note, commenti e accenni. Non è
il Giappone visto con gli occhi di un'americana (la regista
Sofia Coppola), ma piuttosto un paese raccontato attraverso
uno sguardo nemmeno critico, ma curioso e mai sazio.
Il Giappone c'entra molto con la forza visiva del film:
se la stessa storia fosse stata ambientata in un hotel del
Texas sarebbe stata molto meno interessante. Invece l'idea
è che due persone s'incontrino in una fase transitoria
della loro vita – e siano per questo più deboli
ed esposte, ma anche più ricettive e fiduciosamente
indifese – in un paese che è normalmente simile
a ciò cui sono abituati, ma non realmente: ci sono
grattacieli, luci, macchine, televisione, musica ecc. Ma,
in realtà, ogni cosa è tremendamente estranea.
Sono numerose le sequenze in cui i protagonisti passeggiano
per le vie di Tokyo ed osservano ciò che non riescono
a capire, e che pure ha una parvenza rassicurante: amici
che fanno karaoke, gente che gioca in rumorose sala giochi,
inchini ossequiosi. Eppure non capiscono: si aggirano con
uno sguardo stupito e attonito, e cercano la traduzione
e i sottotitoli.
Il sottile stato di crisi che entrambi stanno attraversando
– lui è ormai legato alla moglie con cui è
sposato da 25 anni solamente dalla scelta del colore della
moquette per il suo studio, lei è innamorata del
marito fotografo, ma questo è sempre da qualche altra
parte, sempre altrove – li aliena progressivamente,
li distrae e allontana da se stessi, per poi, paradossalmente,
avvicinarli l'un l'altra. Lei guarda Tokyo dall'alto della
sua stanza d'hotel, come un testo che ha sotto gli occhi,
ma di cui non capisce niente; lui ascolta intimorito gli
enfatici ordini del regista dello spot che sta girando,
che, lunghi ed articolati in giapponese, vengono tradotti
dall'assistente con due misere parole: “Dice di
dire bene il nome della marca” “Dice
di sorridere e porgere il bicchiere”.
Lo sguardo stupefatto di Bill Murray ben rappresenta l'imbarazzo
dell'uomo che non capisce, che si è perso. Nel lounge
bar dell'hotel dove entrambi bevono qualcosa la notte per
prendere sonno, iniziano a chiaccherare, in maniera timida
ed ingenua, senza nessun interesse sessuale l'uno per l'altra.
E' come se fossero grati del fatto che qualcuno si è
accorto della loro esistenza. In quella metropoli così
alienante perché così diversa ed incomprensibile,
rischiano di perdersi e di dimenticarsi di se stessi, di
annullarsi e scomparire. E invece si incontrano e poi parlano
e ridono e scherzano, senza in fondo portare a conclusione
una conversazione memorabile, ma collezionando dei buoni
scambi di battute.
Ciò che i loro dialoghi nascondono fra le righe è
la domanda “E' a me che stai parlando?”. Lei
fuori dal campo visivo del marito, lui che ha rapporti oramai
solo economici con la moglie ed una carriera di attore che
si sta spegnendo in Giappone, girando una pubblicità.
Il loro rapporto non è affatto carnale, ma puramente
cerebrale, testuale. E' basato sulla parola e sull'attrazione
intellettuale, e sulla riconoscenza dovuta ad un essere
umano in cui ci si vede specchiati e ci si riconosce. E'
per questo che non c'è quasi contatto fisico, se
non quello che si può avere con un libro, o con ciò
che contiene la parola, che è l'espressione intelleggibile
del contenuto del cervello o la forma del suo rapporto con
la realtà. In una scena c'è l'immancabile
karaoke. Il Giappone è la patria del karaoke che
è una specie di culto dell'intraducibilità,
poiché praticato da chi non capisce ciò che
sta dicendo. Nella compagnia riunita quella sera sono tutti
giapponesi, salvo Charlotte e Bob. Non a caso solo loro
due riescono a comunicare con le parole delle canzoni, poiché
solo loro ne conoscono il significato. Quella sera si avvicinano
e un inquietante spavento li aggredisce. Si sono avvicinati
troppo, e hanno vista chiarissima la propria immagine riflessa
l'uno nell'altra. Ne sono rimasti scottati e intimoriti.
Per un po' decidono mutuamente di non vedersi, prendono
congedo dal se stesso che hanno visto nell'altro. Infatti
Bob e Charlotte vivevono immersi in una realtà che
non capivano, e stavano leggendo il testo della loro vita
che non capivano. Poi hanno scorto i confini del loro disegno
esistenziale, e se ne sono ritratti spaventati.
Non sono i loro nemmeno dei caratteri complementari e non
si attraggono quindi per questo motivo. Si avvicinano per
similitudine, perché lui è lei con l'esperienza
in più, e pure entrambi si sono persi. Persi in un'esistenza
di cui non hanno più proprietà e che non riescono
a spiegare a parole. “Lost” appunto, dove ciò
che è intraducibile, come nel titolo, è l'alea
che misura la differenza fra un linguaggio e un altro, è
ciò che non è intercambiabile. Ciò
che è intraducibile è ciò che è
unico: l'individualità delle persone e la loro unicità.
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