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14 01 04 | 03.35

Das Karaoke.
Lost in Translation, di Sofia Coppola | di Franco Cuomo

 

 
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01 Lost in Translation
(sito del film)


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Bob Harris (Bill Murray) è un attore la cui carriera sta lentamente scivolando verso il pensionamento. Lo invitano a girare in Giappone uno spot per un whiskey. Nell'hotel dove è alloggiato fa amicizia con la giovane Charlotte (Scarlett Johansson), moglie di un fotografo (Giovanni Ribisi) che, sempre impegnato fra un set e l'altro, la lascia spesso sola. Non c'è sesso e non nasce una storia d'amore, o non proprio.

Lost in Translation è ambientato in Giappone, e non è un caso. Chi conosce questo paese può apprezzare ancor di più questo film, chi non lo conosce può comunque trovarlo interessante e curioso. Il film comunica un'idea precisa e rispettosa di un paese straniero, ed è capace di farlo mantenendo un punto di vista ben definito, ma commentandolo silenziosamente con impressioni, note, commenti e accenni. Non è il Giappone visto con gli occhi di un'americana (la regista Sofia Coppola), ma piuttosto un paese raccontato attraverso uno sguardo nemmeno critico, ma curioso e mai sazio.
Il Giappone c'entra molto con la forza visiva del film: se la stessa storia fosse stata ambientata in un hotel del Texas sarebbe stata molto meno interessante. Invece l'idea è che due persone s'incontrino in una fase transitoria della loro vita – e siano per questo più deboli ed esposte, ma anche più ricettive e fiduciosamente indifese – in un paese che è normalmente simile a ciò cui sono abituati, ma non realmente: ci sono grattacieli, luci, macchine, televisione, musica ecc. Ma, in realtà, ogni cosa è tremendamente estranea. Sono numerose le sequenze in cui i protagonisti passeggiano per le vie di Tokyo ed osservano ciò che non riescono a capire, e che pure ha una parvenza rassicurante: amici che fanno karaoke, gente che gioca in rumorose sala giochi, inchini ossequiosi. Eppure non capiscono: si aggirano con uno sguardo stupito e attonito, e cercano la traduzione e i sottotitoli.
Il sottile stato di crisi che entrambi stanno attraversando – lui è ormai legato alla moglie con cui è sposato da 25 anni solamente dalla scelta del colore della moquette per il suo studio, lei è innamorata del marito fotografo, ma questo è sempre da qualche altra parte, sempre altrove – li aliena progressivamente, li distrae e allontana da se stessi, per poi, paradossalmente, avvicinarli l'un l'altra. Lei guarda Tokyo dall'alto della sua stanza d'hotel, come un testo che ha sotto gli occhi, ma di cui non capisce niente; lui ascolta intimorito gli enfatici ordini del regista dello spot che sta girando, che, lunghi ed articolati in giapponese, vengono tradotti dall'assistente con due misere parole: “Dice di dire bene il nome della marca” “Dice di sorridere e porgere il bicchiere”.
Lo sguardo stupefatto di Bill Murray ben rappresenta l'imbarazzo dell'uomo che non capisce, che si è perso. Nel lounge bar dell'hotel dove entrambi bevono qualcosa la notte per prendere sonno, iniziano a chiaccherare, in maniera timida ed ingenua, senza nessun interesse sessuale l'uno per l'altra. E' come se fossero grati del fatto che qualcuno si è accorto della loro esistenza. In quella metropoli così alienante perché così diversa ed incomprensibile, rischiano di perdersi e di dimenticarsi di se stessi, di annullarsi e scomparire. E invece si incontrano e poi parlano e ridono e scherzano, senza in fondo portare a conclusione una conversazione memorabile, ma collezionando dei buoni scambi di battute.
Ciò che i loro dialoghi nascondono fra le righe è la domanda “E' a me che stai parlando?”. Lei fuori dal campo visivo del marito, lui che ha rapporti oramai solo economici con la moglie ed una carriera di attore che si sta spegnendo in Giappone, girando una pubblicità. Il loro rapporto non è affatto carnale, ma puramente cerebrale, testuale. E' basato sulla parola e sull'attrazione intellettuale, e sulla riconoscenza dovuta ad un essere umano in cui ci si vede specchiati e ci si riconosce. E' per questo che non c'è quasi contatto fisico, se non quello che si può avere con un libro, o con ciò che contiene la parola, che è l'espressione intelleggibile del contenuto del cervello o la forma del suo rapporto con la realtà. In una scena c'è l'immancabile karaoke. Il Giappone è la patria del karaoke che è una specie di culto dell'intraducibilità, poiché praticato da chi non capisce ciò che sta dicendo. Nella compagnia riunita quella sera sono tutti giapponesi, salvo Charlotte e Bob. Non a caso solo loro due riescono a comunicare con le parole delle canzoni, poiché solo loro ne conoscono il significato. Quella sera si avvicinano e un inquietante spavento li aggredisce. Si sono avvicinati troppo, e hanno vista chiarissima la propria immagine riflessa l'uno nell'altra. Ne sono rimasti scottati e intimoriti. Per un po' decidono mutuamente di non vedersi, prendono congedo dal se stesso che hanno visto nell'altro. Infatti Bob e Charlotte vivevono immersi in una realtà che non capivano, e stavano leggendo il testo della loro vita che non capivano. Poi hanno scorto i confini del loro disegno esistenziale, e se ne sono ritratti spaventati.
Non sono i loro nemmeno dei caratteri complementari e non si attraggono quindi per questo motivo. Si avvicinano per similitudine, perché lui è lei con l'esperienza in più, e pure entrambi si sono persi. Persi in un'esistenza di cui non hanno più proprietà e che non riescono a spiegare a parole. “Lost” appunto, dove ciò che è intraducibile, come nel titolo, è l'alea che misura la differenza fra un linguaggio e un altro, è ciò che non è intercambiabile. Ciò che è intraducibile è ciò che è unico: l'individualità delle persone e la loro unicità.

 
 
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LOST IN TRANSLATIONI
Regia: Sofia Coppola | CAST: Bill Murray (Bob Harris) | Scarlett Johansson (Charlotte) |Giovanni Ribisi (John) | Akiko Takeshita (Mr. Kawasaki) | Catherine Lambert (Cantante Jazz) | Tim Leffman (Chitarrista) | Anna Faris (Kelly)| Sceneggiatura: Sofia Coppola |Prodotto da: Sofia Coppola, Roos Katz | Scenografia: Anne Ross, K.K. Barrett | Montaggio: Sarah Flack | Fotografia: Lance Acord | Costumi: Nancy Steiner | Trucco: Morag Ross | Musiche: Brian Reitzell, Kevin Shields.

 

 
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