Monty
Brogan (Edward Norton) è un giovane spacciatore newyorkese
che conduce una vita agiata con la bella fidanzata Naturelle
(Rosario Dawson). Una soffiata lo incastra: la polizia,
durante una perquisizione nella sua abitazione, trova della
droga. Il giorno di 25 ore è l'ultimo che lui trascorre
prima di entrare in carcere per scontare una pena di 7 anni.
Come se partisse per un lungo viaggio, saluta i luoghi che
gli sono cari e trascorre l'ultima serata in compagnia degli
amici. La 25esima ora è appunto il racconto di quest'ultimo
giorno di libertà e la descrizione della serie di
errori che hanno condotto Monty alla condanna.
La vita criminale di Monty Brogan è
raccontata da Spike Lee attraverso frammenti di vita criminosa
narrati come appartenessero ad una professione qualsiasi:
non ci sono gli stereotipi del mondo criminale, la violenza
è sullo sfondo, si può arrivare a pensare
che spacciare sia un mestiere come un altro. Evidentemente
Lee è più interessato alla vita di relazione
ordinaria del protagonista piuttosto che alla dimensione
straordinaria del crimine.
New York è la perfetta metafora del luogo dove il
bene e il male si mescolano sino a confondersi, sino ad
essere indistinguibili.
All'interno della norma tutto è pianificato e prevedibile:
la legge, non quella umana ma quella naturale, governa le
cose. Ciò che esce dalla norma è straordinario,
anormale appunto.
Il tempo misura la quotidianità: è costante,
composto da frazioni finite e note, è la sceneggiatura
della consuetudine, il vettore della normalità.
Ciò che rompe la normalità, l'individualità
che squarcia la superficie monotona del reale è ciò
che rompe gli schemi e stravolge le consuetudini: chiede
che al giorno sia aggiunta un'ora; non un'ora qualsiasi,
bensì la venticinquesima, quella che segue le altre
ventiquattro: quell'ora precisa, quella finale.
Non chiede un giorno di 25 ore, bensì un'alterazione
del tempo che scardini la meccanicità delle cose:
il probabile è condensato in quell'ora: è
ciò che avrebbe potuto essere, se le cose non dovessero
andare come la realtà invece decide debbano andare.
Il dominio del probabile non è reale: è popolato
dai “se” della vita, dalla sua rappresentazione
ipotetica. E' l'ora condensata nella sequenza del viaggio
finale col padre, che può essere verso la prigione
o verso la liberta/evasione.
L'espressione “25esima ora” evoca immediatamente
l'inconsuetudine: è posta automaticamente in relazione
con le 24 ore del giorno, per essere infine interpreta come
l'ora che non può esserci; contiene energia potenziale,
ma non può esistere perché la realtà
è la somma di ciò che è accaduto e
accade realmente, non di ciò che “avrebbe potuto”
accadere. E' il simbolo del tempo irreale, che si blocca
nel pensiero e non diventa mai azione. E' l'ora, è
il minuto prima degli attentati alle Twin Towers, è
quell'istante a cui tutti vorrebbero tornare per ascoltare
le voci e sentire il vento che spirava quella mattina a
New York, poco prima che i due aerei vi si schiantassero
addosso, e soprattutto col senno del poi. Se la vita è
una rivelazione continua, allora la coscienza di un attimo
che si deve ancora vivere non esiste, e quell'istante in
cui tutti potevano essere coscienti e fermare il tempo non
può diventare reale, poiché tutti, in quel
preciso istante, ignoravano ciò che sarebbe accaduto
a breve.
Nell'appartamento affacciato su Ground Zero dell'amico di
Monty, uno yuppie dopato e iperteso, si svolge un dialogo
fra quest'ultimo e l'altro caro amico, Jakob Elinsky (Philip
Seymour Hoffman): i due discutono, appunto, di ciò
che avrebbero potuto fare ma non hanno fatto: avrebbero
potuto dire a Monty di non frequentare certe compagnie,
di non spacciare. Ma non l'hanno fatto. E' una preghiera
incredula davanti alla tomba di tremila persone –
certamente uno dei momenti più commoventi e ieratici
del film – ma è una preghiera che non porta
coscienza perché i due amici non riescono a spiegarsi
perché non hanno agito, perché, potendo, hanno
scelto di non agire.
Hanno fede che ci sia stato un motivo, ma non se ne danno
una ragione; l'impossibilità di trovare una risposta
non lascia in loro il desiderio di ricerca, ma semplicemente
una sconfitta accettazione, oppure una reazione sdegnata,
riassunta nella frase pronunciata dall'amico Frank: “Lo
sapevo, l'ho sempre saputo che andava a finire così
e sai che ti dico? Che se lo meritava”.
Meritarsi questa vita non significa essersela guadagnata
e quindi voluta, bensì averla subita, aver agito
perché ciò significava seguire il flusso delle
cose. Il dolore, il timore della detenzione risvegliano
in Monty, invece, la percezione del senso della vita: la
capacità di influire sullo stato delle possibilità
con la scelta. Applicare un giudizio, prendere una decisione
significa attuare il possibile, imporre la volontà
e quindi modificare lo spietato svolgimento delle cose.
Monty capisce, al termine della memorabile sequenza in cui
parla a se stesso davanti allo specchio, che nessuno l'ha
mai costretto a fare quello che ha fatto, anzi: il non essersi
opposto alla realtà – il non aver scelto –
l'ha condannato, non la società.
Non è però possibile tornare indietro, esattamente
come la 25a ora non esiste. Il destino di Monty è
di sottostare alla legge delle cose, rappresentata dalla
legge dell'uomo: la condanna non è di aver trasgredito
la convenzione umana (la trasgressione, anzi, è messa
a bilancio dalla realtà, ed è prevista, tollerata
e impiegata come una forza temperante della realtà
stessa) ma per non aver trasgredito la legge delle cose.
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