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Un killer (Tom Cuise) deve portare a termine cinque omicidi in una notte sola. Si sposta a Los Angeles a bordo di un taxi, dopo averne sequestrato il guidatore (Jamie Foxx). C’e’ tutto? E allora: partiamo.
Si puo’ iniziare a parlare di Collateral partendo dal completo grigio che indossa Tom Cruise, che si sposa armoniosamente con la sua acconciatura cosi’ inedita e cosi’ mezza eta’: grigia, appunto. Mann deve avere una specie di ossessione per i completi grigi, perche’ anche in The Heat ce n’erano a josa, oppure gli piace Armani, perche’ per tutto il film ti chiedi se il colore (o meglio: l’assenza di colore, la neautralita’ cromatica) voglia dire qualcosa, oppure se gli piace e basta. Ti chiedi anche come possa uno stecchire svariate persone sparandogli a bruciapelo mantenendolo immacolato. Non uno schizzetto di sangue, ne’ uno strappo. Perfetto, pure ben stirato. Ma il cinema e’ finzione , e con un regista fai un patto: che quello che vedi non e’ vero, ma almeno verosimile. E’ una regola dei thriller: visto che e’ tutto assurdo, devono esserci dei dettagli precisi e circostanziati che facciano credere che, almeno, c’e’ l’ombra della plausibilita’.
Invece ho iniziato a scrivere con l’intento di dire che e’ un bel film e sto lentamente virando verso altre convinzioni: che non sia invece un po’ debole in certi passaggi?
Siete un killer, uno dei migliori: non provate sentimenti e siete animati solo da una glaciale energia: portare a compimento una missione, e recuperare il compenso. Non conoscete chi dovete uccidere, non vi interessa ne’ chi e’ ne’ cosa ha fatto, ne’ se e’ buono o cattivo. Probabilmente mantenete la distanza per non lasciarvi coinvolgere, e il fatto di non conoscere la vittima vi fara’ sentire meno colpevoli. Ma poi: chissenefrega: siete dei killer, non vi commuoverete mica perche’ state facendo secche delle persone? No, infatti. E’ una serata qualunque, probabilmente e’ primavera, magari estate o autunno. Siete a Los Angeles, una citta’ che non capite perche’ “Qui sembra tutto disconnesso. Quando ci vengo non vedo l’ora di ripartire“. Ci lavorano cosi’ tante persone che non riescono nemmeno a vedersi, ad avere un contatto visivo e umano. In fondo e’ un buon posto per ammazzare qualcuno. “Ho sentito di uno che e’ morto in metropolitana qui, e ha viaggiato per sei ore prima che qualcuno si accorgesse che era morto“. Questo e’ il luogo ideale per compiere del buon, vecchio, sano crimine. In fondo vi assomiglia: non gliene frega niente di voi, e voi, beh, voi non vedete l’ora di riprendere l’aereo, senza nemmeno salutare.
Insomma: avete una sola notte per farne secchi cinque. Il buon senso del killer suggerirebbe di contenere i fattori di rischio, e il rischio viene sempre dall’uomo. C’e’ sempre qualcuno che ti crea dei problemi. In genere nei thriller e’ la polizia: c’e’ il tenente in gamba che ha una buona intuizione, ed e’ lui che alla fine vi incastrera’. D’altro canto, intendiamoci: con tutto il rispetto per il lavoro del killer, c’e’ di meglio che stare a vederne uno che ne ammazza cinque di fila, buoni o cattivi che siano. Infatti Mann e’ giustamente famoso per l’attenzione che ha per la psicologia dei suoi personaggi. L’azione lo interessa, ma gli interessa perche’ serve ad interessare il pubblico. E’ meglio vedere come la psicologia del killer cambia durante le 2 ore di film, e come cambia di riflesso quella del povero tassista che voleva solo risparmiare per mettersi in proprio. Il modo migliore per far scaturire certe forze psicologiche consiste nel metterne vicine due di opposte: il tassista che racchiude in nuce il mondo nel suo taxi, e da li’ sogna guardando un’isola delle Maldive in cartolina, e pensa alla Mercedes che si comprera’ per il servizio di limousine aereoporto-centro citta’ che prima o poi riuscira’ ad avviare, e da quell’abitacolo proietta la sua vita all’esterno, e sogna cio’ che chissa’ se si realizzera’ mai; poi c’e’ il killer, una specie di samurai, un coacervo di roba zen e di fatalismo nichilista, uno che ha come obiettivo la mattina dopo, quando avra’, se avra’, portato a compimento la fatale commissione.
Mann e’ abile nel portare l’attenzione dello spettatore fino in fondo alla seguente dimostrazione: che c’e’ del buono in quel killer, oppure, che quel tassista e’ un altro idealista, uno che non combinera’ poi molto, ed in fondo ha paura di vivere. Quando i caratteri sembrano ben delineati pero’, Mann ci mette un punto interrogativo. Sicuro che sia cosi’? Ritorniamo a capo e valutiamo diversamente la cosa: il killer e’ veramente cattivo, peggio: e’ indifferente. Vivere o crepare: alla fine sembra che non gli interessi nemmeno tanto. Lui deve compiere una missione. E il tassista: e’ veramente cosi’ pauroso di vivere? No, sembra avere risore insperate, dimostra un sangue freddo da non sottovalutare.
In definitiva la contrapposizione fra Bene e Male e’ molto borghese: serve a rassicurare, ad individuare da che parte stare. Invece Mann non vuole che lo spettatore stia da nessuna parte, oppure lo fa stare un po’ qui e un po’ la’. Bisogna superare la morale, per approdare alla complessita’ del pensiero, alla sfuocatura dei caratteri umani, mai ben definiti.
Ma torniamo all’inizio: sei un killer, devi fare questa cosa, devi ridurre il rischio ad un numero prossimo allo zero, devi anche spostarti in una grande citta’ e come decidi di farlo? In taxi. Perche’‘? Per esigenze di finzione? Decisamente, ma anche per un motivo piu’ sottile, e che si chiarisce solo alla fine, quando il tassista ti secca perche’ stavi tentando di uccidere colei di cui si e’ invaghito: perche’ sei un cretino, e non c’entra la morale e non c’entra che tuo padre ti picchiava e che sei quello che sei perche’ la vita ti c’ha portato ad esserlo. Rimani un cretino, che da retta ad un regista che ti dice che e’ la cosa giusta da fare. Cinque omicidi spostandosi con un taxi, guidato da uno che serve a mettere in luce i chiaroscuri della tua personalita’. La personalita’ di un cretino.
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