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Miles
Massey (George Clooney) è il miglior avvocato divorzista
di Los Angeles. E' così bravo che l'unico contratto
prematrimoniale che non sia mai stato contestato in un'aula
di tribunale porta il suo nome. La sua vita, spesa in gran
parte al lavoro, si consuma fra un successo in tribunale
e uno amoroso, fino a trasformarsi in un noioso stato di
deprimente esaltazione. Un giorno si trova a difendere il
marito traditore di una giovane e bellissima donna (Catherine
Zeta-Jones), della quale non ci mette molto ad invaghirsi.
Vince (e sconfigge quindi la donna fatale), ma la vittima
è lui: prima dell'inganno d'amore, poi della spietata
strategia di Marylin Rexroth.
Miles Massey è fiducioso in
se stesso: ha successo nel lavoro e con le donne. Il suo
dominio sulla vita e i suoi accidenti è totale. Maneggia
e confonde la realtà, in modo da adattare le apparenze
alla logica del caso che discuterà in tribunale.
La sua esistenza è paradigmatica della morale della
società in cui vive: l'agire è morale in quanto
comportamento che impiega il lessico della società
stessa. Forse agisce ai confini della morale, quando proprio
più in là vi è il travisamento della
realtà. Ma qui, adesso, con la parola, con l'interpretazione
dei fatti si può ancora giocare, in modo da farli
apparire ciò che potenzialmente potrebbero sembrare.
Se l'astuzia è la misura del valore degli uomini,
allora è facile inciampare in qualcuno ancora più
furbo: una persona talmente paziente e cinica da preparare
una vendetta come la regola insegna: servita fredda. Gli
animi vanno fatti acquietare, e la sottomessa accettazione
con cui Marylin Rexroth sembra avere incassato la sconfitta
contro l'ex marito non lascia presagire la determinazione
con cui sta dispiegando le proprie armate per sferrare la
silenziosissima, ma irresistibile battaglia finale. Abbandonandosi
al sentimento verso questa splendida donna, Massey abbassa
la guardia, sino a rendersi vulnerabile: è così
satollo dei suoi successi professionali da essersi persuaso
di poter applicare la sua forza dominatrice al progetto
che ora l'interessa di più: la conquista dell'elegante
Marylin. Ma il sentimento è ben altra cosa dalla
convenzione, e ciò che regola gli appettiti e le
liti fra uomini non si applica alla ragione delle emozioni.
Chi sovverte la realtà a parole non conseguentemente
ne è capace quando si espone al sentimento, rendendosene
vulnerabile. In verità Massey non si invaghisce di
Marylin, ma piuttosto dell'idea di conquistarla e di poter
aggiungere quindi un altro trofeo sul suo ingombro caminetto.
A questo punto le cose si complicano: ora egli si deve esporre
umanamente, deve cedere qualcosa e sacrificarsi per dimostrare
di essere capace di amare. Marylin può continuare
a fingere di stare al gioco, e di provare esattamente lo
stesso per Miles: la sua prospettiva è quella del
lungo periodo (la vendetta e il cinico calcolo che spoglierà
di tutti i suoi averi il ricco avvocato, vittima principe
fra i numerosi ex-mariti ingannati), mentre Miles vuole
vincere subito, e presto: tanto presto da sposarla non appena
lei glielo fa intendere, in un'improbabile cappella scozzese
nell'effimera Las Vegas.
Conoscendo lo spessore di molti film dei Coen (e la loro
raffinata e algida ironia) ci si sente quasi in obbligo
di misurare pure quello di quest'opera, ma c'è da
chiedersi se ve ne sia uno, e se sia poi importante.
Non si tratta di una commedia morale, né tantomeno
del trionfo del cinismo. Forse, a differenza delle commedie
degli anni '50 a cui i Coen si sono esplicitamente ispirati
(e una certa patina dell'immagine assieme ai costumi suggeriscono
un ammiccamento in quella direzione), non esiste una netta
distinzione fra i caratteri positivi e quelli negativi.
Forse è più corretto parlare di una trama
da commedia anni '50 letta con lo sguardo più problematico
dell'uomo moderno, più raffinato nel cogliere le
sfumature di grigio fra gli estremi definiti dal nero e
dal bianco. Gli uomini non si dividono in buoni e cattivi,
ma ognuno è capace di grandi bontà e di altrettanto
grandi nefandezze. Clooney, che normalmente impiega una
mimica prevedibile e collaudata -anche se mai tanto sorprendente-
è qui inedito nel suo lessico recitativo. Estendendo
forse il suo talento gigionesco, dà quasi l'impressione
di essersi divertito molto assieme ai fratelli Coen, tanto
da essersi pure fatto prendere la mano in alcuni punti.
Alcuni dialoghi nati da buone idee comiche si sfibrano in
compiaciute lunghezze che smorzano l'effetto comico; altre
volte Clooney ha una mimica irresistibile e leggera, pure
molto ispirata, e sono quei momenti in cui il film è
impercettibile nel suo svolgimento, non provoca rumori di
fondo, è godibile sino a farti dimenticare che stai
pur sempre guardando una commedia, e che hai il dovere sociale
di ridere.
Alcuni personaggi secondari sono le vere spalle comiche:
il decrepito fondatore dello studio legale – attaccato
a tubicini e defibrillatori e che legge “Vivere senza
intestino” o il fidato assistente di Massey. Spesso
l'espressione di questi personaggi è volutamente
esagerata, ma è il tono del film, totalmente irreale,
ad essere irrituale e palesemente falso, tanto da condurre
pure queste figure marginali ad una certa ragionevolezza
nell'economia globale.
La trama finisce per complicarsi a tal punto a causa delle
macchinazioni della bella fatale, da svuotare di senso qualsiasi
finale: un finale non esiste, o non è risolutivo
o consolatorio. I due si ameranno alla fine poiché
gli è più conveniente legalmente o perché
sono sfiniti dagli incessanti sotterfugi? Oppure cederanno
al sentimento?
La parabola non ha una conclusione: la complessità
dell'uomo moderno è basata sull'incessante alternarsi
di fasi conflittuali, e i due accetteranno il gioco perverso,
ma così tremendamente umano: farsi la guerra, per
poi amarsi un po', per poi dare nuovamente ascolto al loro
infaticabile egoismo.
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