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Vietnam, anno 2003 (4/4)
foto e testo di Martino Pietropoli

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Il concepire la valuta come un'espressione della dimensione economica dell'uomo e non come un fine, permette loro di non intenderla in forma simbolica e quindi di non caricarla di significati che, nel campo pratico, non ha: un dollaro è un dollaro, ed è una moneta quasi universale, ormai scollegata dalla Banca che l'ha emesso.
L'euro è considerato una rarità: un argomento di cui si sa poco o ne sanno solo i meglio informati. Le pronuncie con cui viene evocato sono le più fantasiose.


5. War Crime Museum, Saigon (Ho Chi Minh City)
Tutti in questa trincea hanno la faccia grigia – racconta un giornalista – l'unico modo per distinguere chi è vivo da chi è morto è osservare chi si muove quando tirano una granata”.
Sotto una foto che mostra dei soldati GI che esponevano fieri delle teste di vietcong che tenevano schiacciate a terra sotto i loro piedi c'è scritto: “E' in te la capacità di resistere a farti fottere il cervello come questi qui e conservare un minimo di dignità umana che ti permetta di accorgerti del grado di atrocità che hai davanti agli occhi”.

Robert Capa è morto ad Hanoi nel 1954. Erano le due e cinquanta del pomeriggio e aveva appena detto un po' annoiato ad un suo amico: “Vado a fare una passeggiata e a scattare qualche foto”. Dopo 5 minuti ci fu un esplosione. Verso le quindici un soldato informò l'amico che “Il fotografo è morto”, detto con questa semplicità e piattezza. Si precipitano a soccorrerlo: agonizzava e blaterava parole confuse. Sembrava che stesse dormendo e nel sonno farfugliasse qualche parola chiedendo di non essere disturbato.

Nella guerra del Vietnam hanno perso la vita 67 fotografi: americani, tedeschi, francesi, vietnamiti, svizzeri ecc.

Guardavo le foto cercando di capire se avessero una struttura compositiva. C'erano foto in cui, semplicemente, non c'era tempo per alcuna costruzione del fotogramma. Erano un braccio alzato sopra la testa appena fuori da una trincea che le aveva scattate, e nessuno occhio aveva guardato dentro quell'obiettivo. C'era uno stupore e un'incredulità concentrati in quegli scatti. Un'incapacità di credere di essere ancora vivi e di assistere esattamente a quello che si crede di aver visto. Non c'è niente di intellettuale, ma molto di animale. La macchina fotografica non è stato uno strumento in quella guerra, ma una vera e propria protesi del fotoreporter: una retina artificiale, che ha registrato atrocità e gesti di umanità disperata. Le foto di Henri Huet del medico Cole, che accudisce e pulisce le ferite di un soldato essendo egli stesso gravemente ferito, sono delle espressioni di amore quasi materno, di una cura animale e primaria per la vita umana. Esprimono ciò che rimane degli esseri umani quando il mondo in cui sei cresciuto è scomparso, è a migliaia di miglia da te e non vale più niente. Ti rimangono o la violenza più cieca e bestiale, o l'affetto e la dolcezza che puoi donare ad uno sconosciuto che ti fa sentire vivo perché ha bisogno di te per sopravvivere.
Delle belle e sofferte parole di Larry Burrows – un fotografo di LIFE che contribuì con un suo articolo a sensibilizzare l'opinione pubblica occidentale sull'assurdità di quella guerra – chiariscono cosa significa scattare foto dove “Qualche ora fa parlavo con gente che conoscevo bene. Adesso c'è stato un bombardamento e molti di questi sono morti”. “Più volte – continua Burrows – mi sono chiesto se sia giusto e rispettoso fare il mio lavoro anche di fronte alla morte. Magari dovrei fermarmi e prestare aiuto. Credo che se le mie foto possono aiutare chi considera questa una guerra lontana a capire quanto è atroce, allora il mio lavoro ha un senso e vale la pena farlo”.
I fotografi in Vietnam sono stati proprio questo: dei registratori di umanità e dolore, ed è giusto e doveroso ricordarli in questo luogo così doloroso e silenzioso.

(Martino Pietropoli)

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