Il
concepire la valuta come un'espressione della dimensione
economica dell'uomo e non come un fine, permette loro di
non intenderla in forma simbolica e quindi di non caricarla
di significati che, nel campo pratico, non ha: un dollaro
è un dollaro, ed è una moneta quasi universale,
ormai scollegata dalla Banca che l'ha emesso.
L'euro è considerato una rarità: un argomento
di cui si sa poco o ne sanno solo i meglio informati. Le
pronuncie con cui viene evocato sono le più fantasiose.
5. War Crime Museum, Saigon (Ho Chi Minh City)
“Tutti in questa trincea hanno la faccia grigia
– racconta un giornalista – l'unico modo
per distinguere chi è vivo da chi è morto
è osservare chi si muove quando tirano una granata”.
Sotto una foto che mostra dei soldati GI che esponevano
fieri delle teste di vietcong che tenevano schiacciate a
terra sotto i loro piedi c'è scritto: “E' in
te la capacità di resistere a farti fottere il cervello
come questi qui e conservare un minimo di dignità
umana che ti permetta di accorgerti del grado di atrocità
che hai davanti agli occhi”.
Robert Capa è morto ad Hanoi
nel 1954. Erano le due e cinquanta del pomeriggio e aveva
appena detto un po' annoiato ad un suo amico: “Vado
a fare una passeggiata e a scattare qualche foto”.
Dopo 5 minuti ci fu un esplosione. Verso le quindici un
soldato informò l'amico che “Il fotografo
è morto”, detto con questa semplicità
e piattezza. Si precipitano a soccorrerlo: agonizzava e
blaterava parole confuse. Sembrava che stesse dormendo e
nel sonno farfugliasse qualche parola chiedendo di non essere
disturbato.
Nella guerra del Vietnam hanno perso
la vita 67 fotografi: americani, tedeschi, francesi, vietnamiti,
svizzeri ecc.
Guardavo le foto cercando di capire
se avessero una struttura compositiva. C'erano foto in cui,
semplicemente, non c'era tempo per alcuna costruzione del
fotogramma. Erano un braccio alzato sopra la testa appena
fuori da una trincea che le aveva scattate, e nessuno occhio
aveva guardato dentro quell'obiettivo. C'era uno stupore
e un'incredulità concentrati in quegli scatti. Un'incapacità
di credere di essere ancora vivi e di assistere esattamente
a quello che si crede di aver visto. Non c'è niente
di intellettuale, ma molto di animale. La macchina fotografica
non è stato uno strumento in quella guerra, ma una
vera e propria protesi del fotoreporter: una retina artificiale,
che ha registrato atrocità e gesti di umanità
disperata. Le foto di Henri Huet del medico Cole, che accudisce
e pulisce le ferite di un soldato essendo egli stesso gravemente
ferito, sono delle espressioni di amore quasi materno, di
una cura animale e primaria per la vita umana. Esprimono
ciò che rimane degli esseri umani quando il mondo
in cui sei cresciuto è scomparso, è a migliaia
di miglia da te e non vale più niente. Ti rimangono
o la violenza più cieca e bestiale, o l'affetto e
la dolcezza che puoi donare ad uno sconosciuto che ti fa
sentire vivo perché ha bisogno di te per sopravvivere.
Delle belle e sofferte parole di Larry Burrows – un
fotografo di LIFE che contribuì con un suo articolo
a sensibilizzare l'opinione pubblica occidentale sull'assurdità
di quella guerra – chiariscono cosa significa scattare
foto dove “Qualche ora fa parlavo con gente che
conoscevo bene. Adesso c'è stato un bombardamento
e molti di questi sono morti”. “Più
volte – continua Burrows – mi sono
chiesto se sia giusto e rispettoso fare il mio lavoro anche
di fronte alla morte. Magari dovrei fermarmi e prestare
aiuto. Credo che se le mie foto possono aiutare chi considera
questa una guerra lontana a capire quanto è atroce,
allora il mio lavoro ha un senso e vale la pena farlo”.
I fotografi in Vietnam sono stati proprio questo: dei registratori
di umanità e dolore, ed è giusto e doveroso
ricordarli in questo luogo così doloroso e silenzioso.
(Martino Pietropoli)
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