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22 12 04 | 09.30

Il mestiere più bello del mondo.
Una lezione di David Alan Harvey. A cura di Martino Pietropoli

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01 DAH a Magnum
     
 

Quella che segue è una trascrizione libera (cioé a memoria, e fatta a posteriori) di una lettura tenuta da David Alan Harvey alla FNAC di Verona il 12 dicembre 2004. D.A.H. è uno dei più bravi e famosi fotografi americani: ha iniziato a lavorare per National Geographic più di vent'anni fa e, in osservanza del suo instancabile spirito di sfida, ad un certo punto della sua vita ha deciso di abbandonare la sicurezza di un posto di lavoro ben pagato a NG per rimettersi in gioco: da allora è uno dei membri della più famosa agenzia fotografica del mondo: Magnum Photos. Ha pubblicato molti libri incentrati sul suo soggetto preferito: l'uomo. Una certa preferenza per quello sudamericano non l'ha sottratto dal firmare straordinari lavori nel resto del mondo. Ha iniziato a frequentare l'Italia durante i corsi che tiene con Il TPW; recentemente ha fotografato la cerimonia dei ceri di Gubbio che sarà una delle prossime storie pubblicate da NG.
Assistere ad una sua lettura è un'esperienza tonificante per la mente: insegna e testimonia ciò che un maestro ha di più caro da donare: la curiosità per il mondo e l'uomo e un'umiltà che non è mai modestia intellettuale, ma invece una naturale tensione alla comprensione. Vederlo discutere con fotografi professionisti o meno in un contesto spesso provinciale come l'Italia è un gesto quasi rivoluzionario: insofferente alle corporazioni e fedele al sano culto dell'individuo, Harvey vede negli altri persone, interessanti o meno. Sa essere duro con i duri e paterno con i deboli: deciso ma mai offensivo nel confronto dei protervi, si spende invece molto nell'individuare le qualità – anche se sono deboli – di chi riconosce più in difficoltà. C'è da pensare che, abituato com'è ad osservare, egli veda attraverso ogni maschera sociale. Per questo parlarci significa essere nudi: riesce a vedere oltre il costume politico o la convenienza che l'italiano spesso indossa. Per sentirsi più a proprio agio, o per non vedere ciò che a se stesso non piace affatto.

Punto di vista e di origine.
Ho iniziato a fotografare a 12-13 anni, in bianco e nero. Al tempo il colore non c'era o si usava molto poco. Ho iniziato fotografando la mia famiglia e i miei vicini di casa. A pensarci bene non è che abbia fatto niente di molto diverso per parecchio tempo. Normalmente si pensa che i fotografi debbano fotografare chissaché per essere interessanti, ma quello che importa veramente è il punto di vista personale. Importa come si dice qualcosa piuttosto che cosa dici. Sally Mann, per esempio, è diventata famosa fotografando i suoi figli o il giardino di casa. Tutte cose che non sono comunemente percepite come molto interessanti: eppure lei è riuscita a farcele vedere in maniera personale, e quindi originale. Se uno dimostra di avere un punto di vista riesce sempre ad essere personale ed originale, perché è l'unico ad avere proprio quel punto di vista, e non un altro.
Ho continuato per molti anni a fotografare in bianco e nero. Il mio primo servizio per NG – quello che poi mi venne rifiutato – riguardava una comunità di pescatori neri non distante da casa mia. Avevo 20 anni. Con i pescatori ci sono sempre stato molto bene, li cerco sempre in ogni mio viaggio, così come le danze e le feste popolari. Come vedete non sono andato tanto distante da casa. Non sono nemmeno uscito dal mio stato. Per dirla tutta, David Alan Harvey ha fatto il suo primo vero viaggio lontano da casa a 30 anni circa. Avevo già due figli e mi mandarono in Vietnam, che al tempo era in guerra.
Io ho un approccio molto minimalista rispetto all'attrezzatura fotografica – in questo sono molto simile al mio maestro Henri Cartier-Bresson: uso sempre una Leica con un 35 mm e qualche volta un 28 mm, ma direi quasi sempre il 35. Anche quando faccio foto pubblicitarie non pensate che giri con chissaquale attrezzatura: quando ho lavorato per Lavazza, per esempio, ero da solo con la mia Leica e una modella. L'unica richiesta del committente era che ci fosse una tazzina di caffé e che la foto esprimesse una certa idea di sensualità femminile. Per il resto l'art director se ne stava a Milano e io a qualche migliaio di kilometri di distanza con una modella. E' molto importante imporre il proprio modo di lavorare: io lavoro così, con un'attrezzatura molto leggera – spesso mi scambiano per un turista e la cosa, non ve lo nascondo, mi va benissimo – e non permetto che mi dicano come devo lavorare e cosa devo fare e come. Loro mi conoscono e sanno come lavoro, altrimenti non mi verrebbero a cercare.
Come dicevo, ho iniziato col bianco e nero, e ho continuato per molti anni. A dire il vero non pensavo nemmeno che avrei mai fatto del colore. Poi ci sono arrivato naturalmente, quasi senza accorgermene. In effetti anche nelle mie foto a colori si vede che l'occhio e la composizione risentono molto della mia formazione sul b/n. Anche col colore uso una tavolozza molto ridotta, in genere non più di due/tre colori. Il colore è stata la prima rottura con i miei maestri Cartier-Bresson e Frank. Io poi sono una persona molto espansiva. Quando fotografo cerco sempre di entrare in contatto con le persone che ritraggo: conosco chi abita in un quartiere e chi lavora in quel negozio. Prendo il caffé sempre nello stesso bar e vado a mangiare sempre nello stesso ristorante. Dopo poco inizio a far parte del paesaggio, e nessuno fa più caso a me. Arrivo in una città, ci passeggio un po' ed individuo dei posti interessanti. Non giro ovunque. Devi trovare un posto e insistere su quello, almeno io la vedo così. Faccio amicizia con la gente e cerco soprattutto di farmi amico il duro del posto. Nel caso le cose si mettano male, è sempre meglio essere amico del capo indiscusso, di uno che ti copre le spalle, o comunque di uno carismatico, che può darti accesso a luoghi normalmente interdetti. E' lì che ci trovi le cose più interessanti. Così riesco a fare foto molto intime e ravvicinate: le persone che ritraggo mi conoscono e si sono abituate a vedermi, quindi dopo un po' nemmeno mi badano più. Anche questo atteggiamento è stato una rottura fondamentale con i miei maestri, soprattutto con Cartier-Bresson. Lui parlava di “momento decisivo” e aveva una concezione molto intellettuale della foto. Se ci fate caso lui è sempre “fuori” dalla foto, e osserva l'azione da una certa distanza. Un po' come il mio amico Alex Webb. Pure lui è molto intellettuale per certi versi. Io sono l'opposto. Certo, molto è dovuto al mio carattere. A me piace stare con la gente, sentir raccontare storie, bere e ballare. Credo che lo si capisca dalle mie foto.

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