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28 04 03 | 11.30

A me mi piace fare le foto
di sato yamatomu

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      Stromboli, agosto 2003.  
   

Martino Pietropoli è l'art director di Metafluxus. Oltre ad essere responsabile della veste grafica della rivista è un fotografo amatoriale appassionato di reportage di viaggi e di fotografia, appunto.
Quella che segue è, semplicemente, un'intervista.

Cosa ti aspetti che dica un fotografo del suo lavoro?
Non capisco.

Ti piace che parli della sua poetica o della sua tecnica?
Della tecnica, senza dubbio, però continuo a non capire il senso della domanda. La poetica francamente non ho mai capito cosa sia.

Semplicemente non sapevo come introdurti...
Ah...

Perché ti interessa più la tecnica?
Perché mi piace capire come è stata fatta una foto, e perché non ne so molto di tecnica, ma mi incuriosisce. Non ho molta pazienza e non mi sono mai applicato nello studiare i filtri, i trucchi del mestiere, ed infatti sono molte le foto che sbaglio per carenze tecniche, anche se le macchine elettroniche aiutano incredibilmente ad essere quasi infallibili. E' veramente difficile sbagliare una foto, insomma, devi proprio volerlo. Mi piace pensare che la tecnica non c'entri molto e che conti invece solo la spontaneità e l'istinto, il che è spesso vero, però la verità è che la tecnica conta eccome: devi possederla per non pensarci più mentre scatti, un po' come andare in bicicletta.

Cioé?
Non puoi pensare al movimento della pedalata: deve essere una cosa naturale e basta, altrimenti rischi di cadere.

Tu stesso ammetti di non saperne molto di tecnica, quindi di che discutiamo?
Qualcosa ne so. Dico che mi diverte quando i fotografi ne parlano: mi piace sapere che macchine usano, che pellicole, che corredo si portano appresso. Quando tentano di spiegare la loro opera sono noiosi: le foto stanno li' per quello scopo, è grave se c'è bisogno di spiegarle. C'è un tipo di fotografia intellettuale, concettuale, che si presta a diversi e più profondi livelli di lettura, però non ne so molto. Forse quella va un po' spiegata. Mi piace capire come si fanno le cose, non perché.

Che foto prediligi?
Reportage, senza dubbio. Mi diverto anche a comporre il fotogramma con soggetti più statici, ma una foto di reportage scaturisce letteralmente: quando è buona ci vedi ancora la vita dentro. E' molto più vitale, umana. Che sia anche ben composta diventa secondario perché deve vibrare prima di tutto. Se l'hai composta bene puoi essere un mostro di bravura o essere molto molto bravo. Ma non è la cosa più importante. Il mio è naturalmente un giudizio squisitamente soggettivo: mi piace di più il reportage, ma altri generi sono altrettanto nobili. In passato ho fatto anche foto di architettura, oppure formali, composizioni, dettagli, astrazioni, cose così. In posa mai. Sinceramente non ci capisco niente di luci e studi di posa. Mi affascina chi ci capisce qualcosa, ma io sono troppo pigro. Ho una naturale diffidenza per ciò che è posato, è già un prodotto intellettuale, quindi non è naturale, quindi è poco umano. Tradisce un po' la natura della foto, che è l'inimitabile capacità di cogliere un singolo attimo, realmente unico. E' veramente banale dirlo, ma in fondo non è proprio di questo che parliamo? La fotografia ci da la possibilità di bloccare e contemplare reiteratamente un frammento di tempo. Non c'è nient'altro che riesce a farlo in maniera così distaccata e scientifica: un quadro o una pagina di letteratura sono pur sempre il frutto di un processo intellettuale più o meno elaborato.

Quindi la pittura e la letteratura non parlano dell'uomo, non sono umani?
Eccome. Intendiamoci: ogni prodotto intellettuale è umano, perché una delle attività più nobili che distinguono l'uomo dagli animali è che può pensare. Però niente è meno mediato della fotografia: c'è solo una macchina -uno strumento meccanico – fra te e la vita che scorre fuori dal tuo corpo. Tu sei solo un esecutore, e meno usi il cervello e più l'istinto meglio è. Non devi costruire una foto: devi sentirla, è lei che ti chiama e tu devi rispondere. Per questo ho una certa diffidenza verso le foto in posa: mi sembra che tradiscano l'idea di foto. Sono un romantico per certe cose. Intendiamoci: il lavoro di Mapplethorpe, per esempio, è straordinario, bellissimo, ma mi chiedo “E se fosse dipinto avrebbe la stessa forza?”. Temo di sì, perché molta energia degli scatti di M. viene dalla violenza controllata e normalizzata che infligge ai corpi umani. Da l'impressione di poter controllare il dolore o che quello che è ritratto non sia una situazione dolorosa. Essendo controllato, è prevedibile, quindi non molto umano. E' fotografia, fotografia a livelli straordinari, ma non come piace a me.

Che corredo usi?
Una Canon EOS 30, un 28-200 e un 17-35. Uso più spesso il 28-200: è molto più versatile. Però il 17 mm da risultati più entusiasmanti quando il trucco riesce, anche se non è molto facile. Non ricordo chi dicesse che un vero fotografo lo si vede da come usa il grandangolo, ma ha ragione. Il grandangolo tira dentro di tutto, quindi la composizione deve considerare moltissimi elementi, in rapporti non naturali fra di loro (distorce infatti molto le proporzioni). Paradossalmente è però un'ottica molto più morbida, fluida: permette di ottenere effetti più dinamici, meno bloccati dello zoom. Si tratta di questioni ottiche, non c'è nessun mistero. Credo che riesca ad imitare molto meglio la profondità del campo visivo umano, pur non conservandone per niente le proporzioni. Maggiore è l'ottica, più la profondità si annulla e schiaccia l'immagine in due dimensioni.

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