Martino
Pietropoli è l'art director di Metafluxus. Oltre
ad essere responsabile della veste grafica della rivista
è un fotografo amatoriale appassionato di reportage
di viaggi e di fotografia, appunto.
Quella che segue è, semplicemente, un'intervista.
Cosa ti aspetti che dica
un fotografo del suo lavoro?
Non capisco.
Ti piace che parli della
sua poetica o della sua tecnica?
Della tecnica, senza dubbio, però continuo
a non capire il senso della domanda. La poetica francamente
non ho mai capito cosa sia.
Semplicemente non sapevo
come introdurti...
Ah...
Perché ti interessa
più la tecnica?
Perché mi piace capire come è stata fatta
una foto, e perché non ne so molto di tecnica, ma
mi incuriosisce. Non ho molta pazienza e non mi sono mai
applicato nello studiare i filtri, i trucchi del mestiere,
ed infatti sono molte le foto che sbaglio per carenze tecniche,
anche se le macchine elettroniche aiutano incredibilmente
ad essere quasi infallibili. E' veramente difficile sbagliare
una foto, insomma, devi proprio volerlo. Mi piace pensare
che la tecnica non c'entri molto e che conti invece solo
la spontaneità e l'istinto, il che è spesso
vero, però la verità è che la tecnica
conta eccome: devi possederla per non pensarci più
mentre scatti, un po' come andare in bicicletta.
Cioé?
Non puoi pensare al movimento della pedalata: deve essere
una cosa naturale e basta, altrimenti rischi di cadere.
Tu stesso ammetti di non
saperne molto di tecnica, quindi di che discutiamo?
Qualcosa ne so. Dico che mi diverte quando i fotografi ne
parlano: mi piace sapere che macchine usano, che pellicole,
che corredo si portano appresso. Quando tentano di spiegare
la loro opera sono noiosi: le foto stanno li' per quello
scopo, è grave se c'è bisogno di spiegarle.
C'è un tipo di fotografia intellettuale, concettuale,
che si presta a diversi e più profondi livelli di
lettura, però non ne so molto. Forse quella va un
po' spiegata. Mi piace capire come si fanno le cose, non
perché.
Che foto prediligi?
Reportage, senza dubbio. Mi diverto anche a comporre il
fotogramma con soggetti più statici, ma una foto
di reportage scaturisce letteralmente: quando è buona
ci vedi ancora la vita dentro. E' molto più vitale,
umana. Che sia anche ben composta diventa secondario perché
deve vibrare prima di tutto. Se l'hai composta bene puoi
essere un mostro di bravura o essere molto molto bravo.
Ma non è la cosa più importante. Il mio è
naturalmente un giudizio squisitamente soggettivo: mi piace
di più il reportage, ma altri generi sono altrettanto
nobili. In passato ho fatto anche foto di architettura,
oppure formali, composizioni, dettagli, astrazioni, cose
così. In posa mai. Sinceramente non ci capisco niente
di luci e studi di posa. Mi affascina chi ci capisce qualcosa,
ma io sono troppo pigro. Ho una naturale diffidenza per
ciò che è posato, è già un prodotto
intellettuale, quindi non è naturale, quindi è
poco umano. Tradisce un po' la natura della foto, che è
l'inimitabile capacità di cogliere un singolo attimo,
realmente unico. E' veramente banale dirlo, ma in fondo
non è proprio di questo che parliamo? La fotografia
ci da la possibilità di bloccare e contemplare reiteratamente
un frammento di tempo. Non c'è nient'altro che riesce
a farlo in maniera così distaccata e scientifica:
un quadro o una pagina di letteratura sono pur sempre il
frutto di un processo intellettuale più o meno elaborato.
Quindi la pittura e la letteratura
non parlano dell'uomo, non sono umani?
Eccome. Intendiamoci: ogni prodotto intellettuale è
umano, perché una delle attività più
nobili che distinguono l'uomo dagli animali è che
può pensare. Però niente è meno mediato
della fotografia: c'è solo una macchina -uno strumento
meccanico – fra te e la vita che scorre fuori dal
tuo corpo. Tu sei solo un esecutore, e meno usi il cervello
e più l'istinto meglio è. Non devi costruire
una foto: devi sentirla, è lei che ti chiama e tu
devi rispondere. Per questo ho una certa diffidenza verso
le foto in posa: mi sembra che tradiscano l'idea di foto.
Sono un romantico per certe cose. Intendiamoci: il lavoro
di Mapplethorpe, per esempio, è straordinario, bellissimo,
ma mi chiedo “E se fosse dipinto avrebbe la stessa
forza?”. Temo di sì, perché molta energia
degli scatti di M. viene dalla violenza controllata e normalizzata
che infligge ai corpi umani. Da l'impressione di poter controllare
il dolore o che quello che è ritratto non sia una
situazione dolorosa. Essendo controllato, è prevedibile,
quindi non molto umano. E' fotografia, fotografia a livelli
straordinari, ma non come piace a me.
Che corredo usi?
Una Canon EOS 30, un 28-200 e un 17-35. Uso più spesso
il 28-200: è molto più versatile. Però
il 17 mm da risultati più entusiasmanti quando il
trucco riesce, anche se non è molto facile. Non ricordo
chi dicesse che un vero fotografo lo si vede da come usa
il grandangolo, ma ha ragione. Il grandangolo tira dentro
di tutto, quindi la composizione deve considerare moltissimi
elementi, in rapporti non naturali fra di loro (distorce
infatti molto le proporzioni). Paradossalmente è
però un'ottica molto più morbida, fluida:
permette di ottenere effetti più dinamici, meno bloccati
dello zoom. Si tratta di questioni ottiche, non c'è
nessun mistero. Credo che riesca ad imitare molto meglio
la profondità del campo visivo umano, pur non conservandone
per niente le proporzioni. Maggiore è l'ottica, più
la profondità si annulla e schiaccia l'immagine in
due dimensioni.
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