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Porno subito.
di sato yamatomu

 

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Terry Richardson c'ha un bel pisello, e gli piace mostrarlo, soprattutto in funzione, in fotografia. E' arte? E' pornografia? E' fotografia? Sì, oggettivamente si tratta di fotografia, ma mai come per Richardson la fotografia è un mezzo e per niente un fine. Lui usa apparecchiature modeste e per niente professionali, e l'effetto cheap delle sue foto non è ottenuto con cervellotiche postproduzioni, ma è quello che un qualsiasi laboratorio fotografico restituisce sviluppando un rullino, molto simile a quelli che fate voi a vostro figlio per la festa di compleanno o alla vostra fidanzata.
Di artistico ha una sincera ossessione per il suo membro: la sua poetica è il suo membro, e la sua arte è un monumento continuo, affettuoso e appassionato alla sua celebrazione e alle sue prodigiose e penetranti gesta. Io lo conobbi – ma solo poi seppi si trattava di lui – nelle pubblicità di Sisley: no, non aveva messo un cappotto della collezione autunno-inverno al suo coso (di ragguardavoli proporzioni del resto – lui lo chiama “T-bone” e T-bone è la bistecca con l'osso, non so se rendo), ma aveva ritratto delle prosperose modelle cogliendole sul limite che separa la pornografia dall'esibizione di nudità. Diciamo che erano provocanti, via. Provocanti e morbose, molto morbose. L'attimo che quelle foto ritraevano era quello seguente ad un amplesso, quando il sesso è ancora appiccicato alla pelle: alludevano a ciò che c'era stato poco prima, e ne esponevano gli avanzi (avanzi gradevolissimi, del resto). Immagino lo stato d'animo del signor Sisley che, da buon veneto, sarà stato lacerato dall'asfissiante abbraccio della sua educazione cattolica ed eccitato dalla liberatoria sfida della provocazione, quando ha discusso i dettagli della campagna con Richardson: sono certo che il senso della conversazione era “Non fare monate, non voglio mandare in mona una campagna pubblicitaria per te. Io ti rispetto, tu sei bravissimo, ma fai il bravo”. E forse fu bravo Mr Sisley a fermarsi – e a fermare Mr Richardson – esattamente un passo prima del baratro della censura. Di campagne pubblicitarie Mr Richardson ne ha fatte moltissime, e la sua fotografia non può più da tempo definirsi provocatoria: meglio, è provocatoria entro – ben entro – le regole imposte dal mercato della moda. E stiamo comunque parlando di un settore che ha un'amplissima capacità di manovra e per il quale il limite del pudore è spostato molto in là. Perché nella moda il superamento del pudore è funzionale alle vendite – ed è soprattutto socialmente compreso ed accettato – mentre nell'intimità di un fotografo bisogna chiamarlo “arte” per poterlo digerire. Dare definizioni e nomi tranquillizza molto. “Ah, ma è un'artista”. E lui continua a fotografarsi il pisello.
Infatti Mr Richardson si diverte veramente solo quando può tornare a se stesso, in basso, sotto la cintura. Lo fa nel libro Kibosh , edito da Damiani e in vendita presso il L'Inde de Palais a Bologna, dove è stata ospitata anche una sua mostra nel mese di ottobre. Per comprendere il contenuto del libro si possono raccontare due aneddoti: il primo è che nemmeno Taschen – il glorioso e con ben poche pruderie editore tedesco – gliel'ha voluto pubblicare, e il secondo è che quando ho chiesto di vederlo nela libreria al pianterreno del sopracitato negozio il commesso mi ha detto imbarazzato “Le devo chiedere di farlo con una certa discrezione perché il contenuto è – come dire – un po' forte”. In quel momento la provocazione si era già consumata e di fare il voyeur non ne avevo voglia. Decisi di lasciare al commesso il suo imbarazzo e di portarmi via il mio desiderio di vedere il pisello di Richardson più che la sua fotografia. Del resto sul suo sito ce n'è in abbondanza. Tanto in abbondanza che dopo un po' nemmeno glielo guardi più. Alla fine gli guardi solo la faccia, il suo sorriso infantile e divertito e quasi innocente. Qualsiasi cosa faccia non c'è traccia di maturità pensosa e razionale, ma solo di gioco e una certa spensieratezza e sincerità indifesa. Giurerei che nelle prime istantanee che gli fece suo padre quando spegneva le candele della torta del suo 5° compleanno aveva lo stesso sorriso incosciente e quasi primordiale. Satanico pure, diabolico come certi bambini riescono ad essere. A questo punto ho pensato che la pornografia è negli occhi di chi guarda: è uno schema mentale che ci serve ad attrezzarci per sopportare – o gioire, dipende dai punti di vista – della vista dei suoi giochi erotici. A ben pensarci la pornografia è governata dalle stesse leggi della comunicazione di qualsiasi altro messaggio: scomodando Barthes, c'è il significato e il significante. C'è l'atto e c'è la provocazione, l'esposizione di ciò che è sconveniente esporre. Ed è sconveniente solo in termini sociali, perché la gestualità dell'accoppiamento ha una comunicatività che il potere della società odia profondamente. Infatti l'amplesso fisico è censurato perché scatena una libertà espressiva primitiva (fondativa, o no?) che è fortemente destabilizzante per l'ossessione sociale del controllo dell'informazione e della libertà espressiva.
Ma Richardson non è pornografico. Iconograficamente sì, non c'è dubbio, ma la sua opera provoca un tale cortocircuito fra il significato e il significante, tanto che il suo membro non allude a nient'altro, ma è proprio solo “il membro di Richardson, il suo amato T-bone”, o, in altri termini, la sua persona, il suo ego. Ecco perché, non essendo né pornografia né semplicemente fotografia, l'opera di Mr Richardson è arte, intesa naturalmente come una forma di comunicazione che pone al centro del messaggio l'uomo. Il sorriso diabolico di un uomo che ammette come unica mediazione fra se e il mondo il suo T-bone. Lui è al centro di ogni fotogramma, lui è sempre il protagonista, lui è comunicato e fa diventare arte la sua vita, nemmeno rappresentandola attraverso la fotografia, ma offrendola senza alcun filtro tecnico o intellettuale. Ad un livello zero, animale, oltre ogni schema. Pura e dura.

Sato Yamatomu

 
       
         
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