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Come il carbone.
La prima volta che vidi questa foto pensai che ritraesse una tragedia. A questa donna avevano incendiato il campo che coltivava. Glielo leggevo nella postura fiera, ma abbattuta, incredula di fronte a tanta sopraffazione. Invece Alfredo mi spiegò che il campo era stato incendiato dalla stessa donna o dagli uomini del villaggio cambogiano (o era il Laos?) e che in realtà lei era impietrita di fronte a lui che la riprendeva. Stavano giocando una complicata sequenza di appostamenti per nascondersi dall'obiettivo e per cogliere il soggetto. Alfredo doveva tentare di coglierla di sorpresa e così ne è venuta fuori questa immagine straordinaria che ha premiato la sua pervicacia ben oltre il significato che esprime. Perché esprime più tragedia di quanta ve ne sia in verità (e infatti non ce n'è).
Poi bisogna dire qualcosa della composizione. Come disse Bob Sacha vedendola, vi è un preciso equilibrio che nasce dalla tensione fra la postura ieratica e lineare della donna cui fa da eco l'albero - ridotto ad un tronco - alle sue spalle. Ci sono due solitudini ritratte: quella della donna e quella dell'albero, quella dell'umanità e quella della natura. Poi c'è il tronco abbattuto: è morto, prima stava come i due soggetti a destra dell'inquadratura, ora sta così, un po' di sbieco nel fotogramma. Se ne esce fuori, nell'angolo in basso a sinistra. Non lo vedi più perchè è già da un'altra parte, è fuori. E' abbattuto, ma non sconfitto: la sua presenza è capace di eguagliare la forza di quegli altri due che ancora stanno, che sono ancora vivi. C'è anche il tempo in questo scatto: l'immagine del bosco - il passato - una donna che guarda verso un punto imprecisato e un tronco che resiste, ostinato. Poi c'è il tronco morto: è trapassato, ma è ancora lì, un po' prima e un po' dopo, un po' dentro e un po' fuori.
[martino pietropoli]
© alfredo bini
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