La violenza è la principale e più esplicita
protagonista di American Psycho di Ellis.
C'è, addirittura oltre ogni limite immaginabile.
è difficile frenare il senso di nausea se ci
si lascia coinvolgere troppo nelle descrizioni delle
scene di stupro o di assassinio.
Non esiste una trama ben precisa: Pat Bateman narra
in prima persona avvenimenti che gli accadono, ma
l'ordine cronologico non ha senso, poichè non
esiste un inizio nè una fine di questa storia:
è solo una parentesi nella vita di un uomo
d'affari apparentemente innocuo che si diverte a massacrare
chiunque, una prostituta, un suo amico, una sua ex
fidanzata, il barbone incontrato all'angolo.
Una sua possibile versione cinematografica soffrirebbe
dell'evidente difficoltà di decidere come concludere
la storia, perché in realtà nel libro
non finisce, anche se qualcosa cambia, lo si avverte
in una continua evoluzione senza il raggiungimento
di alcun nuovo stadio esistenziale del protagonista,
quindi non una vera evoluzione.
E' un libro che narra d'una vita perfettamente amorale
riuscendo ad essere un libro perfettamente amorale:
non parla di un uomo corrotto per mettere in guardia
il lettore dai rischi della corruzione cui una vita
cosi' dissoluta conduce. Per certi versi parla per
il solo gusto di parlare. è un libro che si
alimenta per autocompiacimento. Come chi parla per
sentire la propria voce. Vi sono capitoli abbastanza
inutili che servono pero' a descrivere il vuoto pneumatico
in cui i personaggi vivono: capitoli basati su una
conversazione telefonica che per pagine e pagine verte
su quello che si mangerà per cena e dove prenotare.
Capitoli interamente dedicati a recensioni sugli album
e gli artisti preferiti dall’io narrante, da
Whitney Houston ai Genesis. Capitoli ripetitivi, che
descrivono massacri di prostitute, pratiche sessuali
poco ortodosse, omicidi assurdi ed ingiustificati.
Eppure leggendolo si continua a pensare che in fondo
non è ben chiaro cosa Ellis voglia dire, fino
a che ci si dimentica pure di chiederselo. Ti domandi
quando mai entrera’ in azione il poliziotto
ancora piu’ cattivo del protagonista, quello
che alla fine lo incastrera’. Ma è una
speranza vana perchè non c’è nessun
poliziotto, non c’è nessun tutore dell’ordine
e della giustizia in questa New York alla deriva:
nessuno sembra accorgersi della morte che gli sta
di fianco, nessuno sospetta la follia che alimenta
Pat Bateman perchè in fondo tutti ne prendono
parte. Tutti sono pazzi, insensibili, egoisti e niente
può sconvolgerli. Quando Pat confessa ad alcuni
conoscenti di avere mutilato e seviziato innumerevoli
donne e di avere addirittura ucciso a colpi d’accetta
un loro comune amico nessuno gli presta ascolto: non
fa nemmeno la figura dell’originale, gli amici
non lo degnano nemmeno della loro attenzione, proseguono
a disquisire su quale sia la migliore acqua minerale
o quale cravatta si intoni con quale giacca e assieme
a quale camicia. Come il libro stesso ogni personaggio
parla per il gusto di sentire la propria voce. L’abilità
di Ellis tratteggia questi personaggi che intersecano
le loro vite senza saper bene per quale motivo, che
si conoscono, ma mai fin nell’intimo, che sono
legati da niente, da un paio di scarpe, da un nuovo
musical di Broadway da non perdere, da un nuovo ristorante
che ha appena aperto e nel quale sembra impossibile
riuscire a prenotare un tavolo. L’artificio
letterario è cosi’ ben cesellato da apparire
quasi non voluto (e questa è la grande qualita’
di questo libro scritto in maniera mirabile e basato
su di una costruzione estremamente moderna, disgregata,
irriguardosa dei canoni del romanzo): seduti al tavolo
di un qualsiasi ristorante alla moda Pat e i suoi
amici osservano chi è appena entrato, e regolarmente
nessuno sa identificare con precisione chi sia: Paul
Owen o qualcun altro che gli assomiglia? Lo stesso
Pat Bateman viene chiamato lungo il libro con almeno
5/6 nomi diversi e lui stesso si presta, perfettamente
a suo agio, a questo scambio di persona. L’individualità
non ha piu’ senso in una societa’ dove
la morte non suscita alcun sentimento. I morti costellano
la narrazione, ma della loro morte non c’è
ricordo o accenno nelle parole dei vivi: è
meglio parlare di oggetti piuttosto che di persone.
Ogni personaggio è descritto non nei suoi caratteri
somatici, ma per come è vestito. La puntigliosa
descrizione dell’abbigliamento (marca, tipo
di tessuto e prezzo) sostituisce il ritratto psicologico
o semplicemente fisico del personaggio: gli oggetti,
ciò che è inanimato acquistano piu’
importanza delle persone e delle loro vicende poichè
l’individualità e la singolarità
perdono ogni senso, si stemperano sino a scomparire
nell’egoismo piu’ bieco.
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