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21 01 03 | 09.00

Questa non è un'uscita
di Marcello Parducci

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La violenza è la principale e più esplicita protagonista di American Psycho di Ellis. C'è, addirittura oltre ogni limite immaginabile. è difficile frenare il senso di nausea se ci si lascia coinvolgere troppo nelle descrizioni delle scene di stupro o di assassinio.
Non esiste una trama ben precisa: Pat Bateman narra in prima persona avvenimenti che gli accadono, ma l'ordine cronologico non ha senso, poichè non esiste un inizio nè una fine di questa storia: è solo una parentesi nella vita di un uomo d'affari apparentemente innocuo che si diverte a massacrare chiunque, una prostituta, un suo amico, una sua ex fidanzata, il barbone incontrato all'angolo.
Una sua possibile versione cinematografica soffrirebbe dell'evidente difficoltà di decidere come concludere la storia, perché in realtà nel libro non finisce, anche se qualcosa cambia, lo si avverte in una continua evoluzione senza il raggiungimento di alcun nuovo stadio esistenziale del protagonista, quindi non una vera evoluzione.
E' un libro che narra d'una vita perfettamente amorale riuscendo ad essere un libro perfettamente amorale: non parla di un uomo corrotto per mettere in guardia il lettore dai rischi della corruzione cui una vita cosi' dissoluta conduce. Per certi versi parla per il solo gusto di parlare. è un libro che si alimenta per autocompiacimento. Come chi parla per sentire la propria voce. Vi sono capitoli abbastanza inutili che servono pero' a descrivere il vuoto pneumatico in cui i personaggi vivono: capitoli basati su una conversazione telefonica che per pagine e pagine verte su quello che si mangerà per cena e dove prenotare. Capitoli interamente dedicati a recensioni sugli album e gli artisti preferiti dall’io narrante, da Whitney Houston ai Genesis. Capitoli ripetitivi, che descrivono massacri di prostitute, pratiche sessuali poco ortodosse, omicidi assurdi ed ingiustificati. Eppure leggendolo si continua a pensare che in fondo non è ben chiaro cosa Ellis voglia dire, fino a che ci si dimentica pure di chiederselo. Ti domandi quando mai entrera’ in azione il poliziotto ancora piu’ cattivo del protagonista, quello che alla fine lo incastrera’. Ma è una speranza vana perchè non c’è nessun poliziotto, non c’è nessun tutore dell’ordine e della giustizia in questa New York alla deriva: nessuno sembra accorgersi della morte che gli sta di fianco, nessuno sospetta la follia che alimenta Pat Bateman perchè in fondo tutti ne prendono parte. Tutti sono pazzi, insensibili, egoisti e niente può sconvolgerli. Quando Pat confessa ad alcuni conoscenti di avere mutilato e seviziato innumerevoli donne e di avere addirittura ucciso a colpi d’accetta un loro comune amico nessuno gli presta ascolto: non fa nemmeno la figura dell’originale, gli amici non lo degnano nemmeno della loro attenzione, proseguono a disquisire su quale sia la migliore acqua minerale o quale cravatta si intoni con quale giacca e assieme a quale camicia. Come il libro stesso ogni personaggio parla per il gusto di sentire la propria voce. L’abilità di Ellis tratteggia questi personaggi che intersecano le loro vite senza saper bene per quale motivo, che si conoscono, ma mai fin nell’intimo, che sono legati da niente, da un paio di scarpe, da un nuovo musical di Broadway da non perdere, da un nuovo ristorante che ha appena aperto e nel quale sembra impossibile riuscire a prenotare un tavolo. L’artificio letterario è cosi’ ben cesellato da apparire quasi non voluto (e questa è la grande qualita’ di questo libro scritto in maniera mirabile e basato su di una costruzione estremamente moderna, disgregata, irriguardosa dei canoni del romanzo): seduti al tavolo di un qualsiasi ristorante alla moda Pat e i suoi amici osservano chi è appena entrato, e regolarmente nessuno sa identificare con precisione chi sia: Paul Owen o qualcun altro che gli assomiglia? Lo stesso Pat Bateman viene chiamato lungo il libro con almeno 5/6 nomi diversi e lui stesso si presta, perfettamente a suo agio, a questo scambio di persona. L’individualità non ha piu’ senso in una societa’ dove la morte non suscita alcun sentimento. I morti costellano la narrazione, ma della loro morte non c’è ricordo o accenno nelle parole dei vivi: è meglio parlare di oggetti piuttosto che di persone. Ogni personaggio è descritto non nei suoi caratteri somatici, ma per come è vestito. La puntigliosa descrizione dell’abbigliamento (marca, tipo di tessuto e prezzo) sostituisce il ritratto psicologico o semplicemente fisico del personaggio: gli oggetti, ciò che è inanimato acquistano piu’ importanza delle persone e delle loro vicende poichè l’individualità e la singolarità perdono ogni senso, si stemperano sino a scomparire nell’egoismo piu’ bieco.

 
   
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