Nei
libri di DeLillo non succede molto, o la vicenda non è mai
complessa. Sono libri che difficilmente si immaginano sotto
forma di film: stanno tanto bene in equilibrio sulla parola,
ché qualsiasi immagine li impoverirebbe, o non direbbe
quello che solo le parole.
Non che sia un problema. Farne un film, dico. E' che mi
chiedevo perché mai non riuscissi a scrivere quasi niente su
DeLillo. E' perché DeLillo lascia molto poco da dire,
dice già quasi tutto da solo.
Un giorno poi ho sentito Fernanda Pivano dire ad una conferenza
che “Beh, DeLillo, insomma: lui è un postmoderno”.
Penso che non l'ho mai inteso come un postmoderno.
Postmoderno non è solo un codice linguistico e culturale: è anche
uno stato mentale consistente nella sublimazione del popolare
e nella sua elevazione al puro intellettuale. La colonna
greca è quindi decontestualizzata (non regge più niente
ed è, già per questo, oggetto di un processo
intellettuale) e ricollocata in uno spazio semantico diverso,
dove acquista un significato anche dal rapporto in cui sta
con ciò che non le è affine, almeno storicamente.
In questo senso DeLillo è molto più interessato
alla biologia intellettuale piuttosto che a quella umana,
e nella mente le evoluzioni sono molto più morbide
e lente, e tengono a stento vigile l'attenzione del lettore.
Eppure lui ha scelto di parlare di queste cose, e di usare
le vicende umane come una trama funzionale alla narrazione,
ma mai troppo importante, preponderante.
In Great
Jones Street parla di un artista rock ritiratosi a vivere
in un appartamento spoglio. In Mao II lo scrittore che fugge
la propria immagine pubblica (e contemporaneamente il proprio
demone creativo) è uno
scrittore. Entrambi fuggono ed entrambi si concedono ad evoluzione
esistenziali percepibili solo dal contatore geyger dell'anima.
Eppure la precisione con cui DeLillo tratteggia quell'attimo
della vita, quel preciso dialogo fra due persone e le cose
che si dicono e quelle che pensano (ma non dicono) sono straordinari.
Il dialogo dei suoi personaggi è fuori sincrono: ognuno
risponde ad una domanda fatta molto prima, oppure parla d'altro,
oppure si ascolta parlare. I suoi personaggi, che sono creature
che vivono in una dimensione di puro intelletto, ascoltano
le proprie parole, cioè vedono l'intelletto trasformarsi
in alito, e poi in aria e poi volatilizzarsi, e osservano
l'effetto che fa. Ecco perché parlano fuori sincrono:
perché nel mentre parlano, contemplano. Gli intelletti
sono sincronizzati, i corpi agiscono in modalità alienata,
non esistono, non interagiscono. Non sono nemmeno di impaccio
o, quando hanno una sostanza, diventano opere d'arte, come
in Body Art dove una donna, vedova da poco, intraprende un
lungo progetto artistico-esistenziale che consiste nel modificare
il proprio corpo. In seguito alla morte del marito, la cui
voce pensa di riconoscere in un'oscura e lunatica presenza
che si installa nella sua casa, solitaria. E' una voce che
non ha memoria e sentimento, che non ha quindi passato. Si
genera istante per istante e non conserva copia di se stesso.
E' una presenza postmoderna: un simulacro del passato che
dell'era remota non conserva più alcun significato.
La donna affronta invece la modificazione del proprio corpo
come il tentativo di permettere al presente di lasciare una
traccia e di essere ciò che sarà in futuro,
ossia il proprio stesso passato.
Se DeLillo è insomma postmoderno lo è nella
sua capacità di traslare il piano concettuale, nel
creare un senso differito fra le cose e le parole che le
descrivono, fra la cosa e il nome che la definisce. Il tempo
dell'anima non è quindi umano o, più semplicemente,
non è misurabile.
La redenzione dei personaggi di cui scrive DeLillo avviene
solo attraverso l'arte: essi sono prigionieri della loro
creazione (l'arte li ha resi schiavi, come Bill, lo scrittore
protagonista di Mao II, che scrive e riscrive ossessivamente
il suo capolavoro da anni ormai, ritirato in un ameno chalet
di montagna, con un assistente e la sua donna unici esseri
umani a prendersi cura dei suoi bisogni materiali). E' la
parola che li libera - nei loro dialoghi, nei loro scritti – ma
il tributo che le si deve attribuire è spesso incommensurabile.
L'elaborazione del disagio conduce però alla constatazione
che la liberazione dall'arte può consumarsi solo con
l'arte e nell'arte. Dopo anni di geloso ritiro dallo sguardo
pubblico Bill chiama a sé Brita, una fotografa che
ritrae solo scrittori. Vuole essere fotografato, vuole rendere
al mondo una testimonianza della propria evoluzione fisica.
In verità sta acquistando il suo biglietto per uscire
dal mondo delle cose: si vuole liberare della sua presenza
fisica producendo l'ultimo simulacro di se stesso. Il suo
ritratto fotografico è un feticcio, e lui vuole che
tutti lo osservino dimenticandosi della sua esistenza reale.
Infatti sulla superficie della carta c'è la sua immagine
fisica e l'apparenza della sua anima, quella che affiora,
ma congelate nel tempo e nella frazione, ed in definitiva
già diverse da cosa sono ora, adesso, a distanza di
tempo. L'evoluzione ha già modificato l'intelletto
dell'artista, e lui è già altrove, lontano
dagli sguardi opprimenti di chi si aspetta qualcosa da lui,
di chi vuole pagare per ottenere una storia. Lui non vuole
più raccontare storie, non vuole più concedere
all'uomo di vivere un'altra vita oltre quella che gli è concessa.
Raccontare lo angoscia, lo turba, lo svuota. Bill fugge al
suo paterno ed apprensivo assistente Scott e intraprende
una delle assurde avventure che DeLillo architetta per estraniare
ancor meglio il suo lettore: va a Beirut per cercare di far
fuggire un ragazzo rapito dai libanesi. Per alienarsi dalla
dimensione puramente intellettuale – che è anche
il grado zero della visione egotistica della vita poiché è il
solo contesto mentale del quale ci si può dire certi
con buona sicurezza - si rigetta nella dimensione reale e
palpitante, nello spazio della pura violenza di una guerra
e delle sue vittime. Abdicando al suo intelletto, dimenticandosi
del suo doloroso se stesso per aiutare un altro essere umano,
Bill si stempera, si scolora e scompare. La sua parentesi
libanese è paragonabile ad un suono, fragoroso ed
eroico all'inizio, sfiatato e asfittico alla fine. Bill scompare
letteralmente: si è liberato da se stesso e dall'immagine
che di sé aveva per diventare una cosa fra le tante
all'interno dell'inventario della realtà, e scomparendo
alfine in uno degli innumerevoli scaffali che si vedono,
che ci sono, ma dove nessuno va mai a rovistare.
Il contrario della creazione è l'oblio.

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