L’onestà
di certe band è indubbia, metterla in discussione
sarebbe un po’ come dubitare del vecchietto della
porta accanto di cui si conosce tutto, dalla famiglia alle
abitudini; ecco i Calexico sono, concettualmente, i miei
vicini di casa, guardate una foto e tutto vi sembrerà
meno soggettivo.
Questo Feast of Wire non aggiunge assolutamente nulla di
nuovo alla storia scritta dal duo Burns – Convertino
negli ultimi anni: un classicissimo rock americano dalle
venature acustiche, stemperato con una leggera propensione
pop e condito in salsa mariachi; prima di servire una spolverata
di sana attitudine indie come la conoscevamo nella prima
metà dei ’90. La sezione ritmica dei Giant
Sand, non dimentichiamocelo, nel portare avanti questo progetto
ha preferito continuare sul cammino intrapreso con i dischi
precedenti, piuttosto che avventurarsi verso nuove soluzioni
musicali, ottenendo che questo disco è esattamente
come ce lo aspettavamo: ben fatto, molto piacevole e immediato
quanto basta.
Quando, tra un paio di mesi, ci saremo dimenticati di questo
album dovremo fare lo sforzo di andare a riscovarlo e soffermarci
sui punti di forza: il ritmato incipit “sunken waltz”,
che ci fa sperare che l’andamento dell’album
prosegua fino alla fine così cadenzato, continuo,
aperto e che la festa paesana di un villaggio ai confini
col Messico, unico scenario possibile per questa canzone,
non finisca prima dell’alba. A proposito di “not
even stevie nicks…” non c’è nulla
da dire: è la canzone più bella che i Calexico
abbiano mai scritto. “Across the wire” è
la foto nuova da mettere sul passaporto da rifare perché
appena perso; è venuta decisamente meglio e ne sono
fieri. Si rivela molto gustosa l’estemporaneità
jazzata di “crumble”, bella prova di padronanza
degli strumenti che evita di scadere nel virtuosismo più
sterile. Il congedo e l’implicito arrivederci sono
affidati alla ballata eterea e polverosa “no doze”,
qui la voce di Burns si fa crepuscolare e dolcemente inquietante
e discreti spiragli noise la accompagnano.
Per tornare con i piedi per terra: “black heart”
stenta a decollare con la sua sezione d’archi troppo
dispersiva, e la voce che cerca di mascherarsi dietro timbriche
e melodie che non le appartengono. “Attack el robot!
attack” con il suo miscuglio di note e rumoretti da
campionatore a basso costo, non dice un gran chè,
però senz’altro Joey e John si sono divertiti
parecchio nel realizzarla.
Il resto é Calexico-style, e io me lo gusto consapevole
di dover fare un piccolo sforzo per sorvolare sul passato
ingombrante di questo duo dal quale, però, ci si
aspetta un po’ di più: sono fiducioso e già
in attesa della loro prossima uscita…è una
sensazione piuttosto rara, che non mi provocano tanti musicisti.
Calexico
Feast of Wire
TRACKLIST
1. Sunken Waltz | 2. Quattro (World Drifts In) | 3. Stucco
| 4. Black Heart | 5. Pepita | 6. Not Even Stevie Nicks...
| 7. Close Behind | 8. Woven Birds | 9. The Book and the
Canal | 10. Attack el Robot! Attack! | 11. Across the Wire
| 12. Dub Latina | 13. Güero Canelo | 14. hipping the
Horse's Eyes | 15. Crumble | 16. No Doze
di Davide
Bononi |