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01 07 03 | 14.30

Colui che nessuno vorrebbe essere
di Davide Bononi

 

 
     
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01 Daniel Johnston


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Daniel Johnston
 

Daniel Johnston è colui che nessuno vorrebbe essere. Un uomo instabile mentalmente con tendenze depressive e una spiccata propensione a vedere nella droga, ora negli psicofarmaci, l’unica via d’uscita da un mondo che la sua sensibilità gli permette di cantare ma non di affrontare. La differenza tra Daniel Johnston e un maledetto del rock come ce ne sono tanti, sta nella totale assenza di compiacimento che traspare dalle canzoni di questo menestrello da ospedale psichiatrico: i suoi problemi non hanno bisogno di essere protagonisti delle sue canzoni, sono impliciti nelle storie che ci racconta. Quest’ uomo ha la grandiosa capacità di toccare sentimenti e stati d’animo tremendamente adulti, con la trasparenza e l’apertura d’animo tipiche di un bambino che gioca (a nascondino in un cimitero). Penso che dei bambini abbia anche la totale assenza di paura nel mostrarsi agli altri, per lui il mettersi in gioco non esiste: non riesce a concepire la presenza di maschere sulla personalità, lui è così. Forse proprio da qui deriva la quasi banalità di certe dichiarazioni d’amore che non conoscono giochi formali e concettuali dietro cui è diventato troppo facile nascondersi; ci parla dell’amore della sua vita usando come termine di paragone Superman e sembra che in ogni canzone le lacrime siano dietro l’angolo.
Syrup of tears è un inno degli amori semplici, grandi e mai consumati e di cui non si riesce fare a meno e il piano che la accompagna ti entra nelle ossa. Fish è quel filo che lega Bruce Springsteen a (Smog), passando per i Pixies e gli Eels: una canzone aperta che abbiamo sognato mille volte di cantare al vento con gli occhi pieni di vana speranza e con una rabbia da poter muovere una montagna.
So che esistono canzoni capaci di farti male e ferirti, You hurt me è esattamente questo: la voce di Johnston non ti lascia respirare e ti carica sulle spalle il peso delle delusioni e dell’impossibilità di vivere serenamente il sesso: può sembrare esagerato che una canzone possa fare tutto questo? Ascoltatela e, se avete un briciolo di cuore, la penserete esattamente come me. Questo è un disco che si ama o si odia, giustifico chiunque mi dica che la voce è quasi sempre stonata e fastdiosa, che l’alternarsi di ballate e canzoni che strizzano l’occhio al power pop stanca e che Daniel Johnston non è altro che uno dei tanti Peter Pan che infestano il nostro tempo; io proprio in questo ho trovato il punto di forza di questo gioiello della scena cantautoriale americana. Ma come si fa a non provare piacere nel camminare a fianco dei personaggi che escono dalla mente di Johnston, partecipare ai racconti delle sue esperienze, che pur per quanto possano essere borderline, portano dentro la sincerità dei momenti più assurdi e un sottile raggio di luce che coincide con la speranza di un bambino di quarant’anni. Il disco è prodotto da Mark Linkous (aka Sparklehorse), personaggio non facile che ha visto la morte in faccia più di una volta, che ha stemperato l’indole classico-cantautoriale di Johnston con i suoi suoni filtrati da amplificatori saturi e moog da mercatino dell’usato.

Davide Bononi

 

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Daniel Johnston: Fear Yourself (Eternal Yip Eye Music)
1 Now | 2 Syrup of Tears |3 Mountain Top |4 Love Enchanted | 5 Must | 6 Fish | 7 Power of Love | 8 Forever Your Love | 9 Love Not Dead | 10 You Hurt Me |11 Wish | 12 Living It for the Moment

 

 

 
     
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