Daniel
Johnston è colui che nessuno vorrebbe essere. Un
uomo instabile mentalmente con tendenze depressive e una
spiccata propensione a vedere nella droga, ora negli psicofarmaci,
l’unica via d’uscita da un mondo che la sua
sensibilità gli permette di cantare ma non di affrontare.
La differenza tra Daniel Johnston e un maledetto del rock
come ce ne sono tanti, sta nella totale assenza di compiacimento
che traspare dalle canzoni di questo menestrello da ospedale
psichiatrico: i suoi problemi non hanno bisogno di essere
protagonisti delle sue canzoni, sono impliciti nelle storie
che ci racconta. Quest’ uomo ha la grandiosa capacità
di toccare sentimenti e stati d’animo tremendamente
adulti, con la trasparenza e l’apertura d’animo
tipiche di un bambino che gioca (a nascondino in un cimitero).
Penso che dei bambini abbia anche la totale assenza di paura
nel mostrarsi agli altri, per lui il mettersi in gioco non
esiste: non riesce a concepire la presenza di maschere sulla
personalità, lui è così. Forse proprio
da qui deriva la quasi banalità di certe dichiarazioni
d’amore che non conoscono giochi formali e concettuali
dietro cui è diventato troppo facile nascondersi;
ci parla dell’amore della sua vita usando come termine
di paragone Superman e sembra che in ogni canzone le lacrime
siano dietro l’angolo.
Syrup of tears è un inno degli amori semplici, grandi
e mai consumati e di cui non si riesce fare a meno e il
piano che la accompagna ti entra nelle ossa. Fish è
quel filo che lega Bruce Springsteen a (Smog), passando
per i Pixies e gli Eels: una canzone aperta che abbiamo
sognato mille volte di cantare al vento con gli occhi pieni
di vana speranza e con una rabbia da poter muovere una montagna.
So che esistono canzoni capaci di farti male e ferirti,
You hurt me è esattamente questo: la voce di Johnston
non ti lascia respirare e ti carica sulle spalle il peso
delle delusioni e dell’impossibilità di vivere
serenamente il sesso: può sembrare esagerato che
una canzone possa fare tutto questo? Ascoltatela e, se avete
un briciolo di cuore, la penserete esattamente come me.
Questo è un disco che si ama o si odia, giustifico
chiunque mi dica che la voce è quasi sempre stonata
e fastdiosa, che l’alternarsi di ballate e canzoni
che strizzano l’occhio al power pop stanca e che Daniel
Johnston non è altro che uno dei tanti Peter Pan
che infestano il nostro tempo; io proprio in questo ho trovato
il punto di forza di questo gioiello della scena cantautoriale
americana. Ma come si fa a non provare piacere nel camminare
a fianco dei personaggi che escono dalla mente di Johnston,
partecipare ai racconti delle sue esperienze, che pur per
quanto possano essere borderline, portano dentro la sincerità
dei momenti più assurdi e un sottile raggio di luce
che coincide con la speranza di un bambino di quarant’anni.
Il disco è prodotto da Mark Linkous (aka Sparklehorse),
personaggio non facile che ha visto la morte in faccia più
di una volta, che ha stemperato l’indole classico-cantautoriale
di Johnston con i suoi suoni filtrati da amplificatori saturi
e moog da mercatino dell’usato.
Davide Bononi
 |
file |

|
| |
Daniel Johnston: Fear Yourself (Eternal Yip Eye
Music)
1 Now | 2 Syrup of Tears |3 Mountain
Top |4 Love Enchanted | 5 Must | 6 Fish | 7 Power
of Love | 8 Forever Your Love | 9 Love Not Dead |
10 You Hurt Me |11 Wish | 12 Living It for the Moment
|
|
|