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01 06 03 | 10.30

In God we trust
di Mark Ikkulae

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Lo storico classicista americano Victor David Hanson, commentatore conservatore per numerosi giornali tra cui National Review Online, scrive un interessante articolo in cui analizza lo stato delle cose prima e dopo l'11 settembre, e prima e dopo la guerra in Iraq. Buona sostanza del discorso è che “non c'era scelta” e che la cosa più semplice era continuare ad appoggiare regimi criminali chiudendo un occhio in cambio di un'apparente stabilità oppure agire e cercare di cambiare in meglio le cose. “Due anni fa – scrive Hanson – difendevamo la relazione corrotta che avevamo con l'Arabia Saudita; oggi difendere quello status quo significherebbe probabilmente incorrere nell'odio pubblico”. E ancora: “Prima dell'11 settembre, l'Occidente è stato complice in molti modi in questa tragedia (la tensione e l'instabilità del MO, n.d.a.) e, contemporaneamente, ha ignorato i sintomi allarmanti – o, peggio ancora, ha prolungato e aiutato la malattia. Le compagnie petrolifere e i fornitori della difesa hanno strizzato l'occhio alla corruzione pur sapendo bene che le armi ed i giocattoli che vendevano ai despoti impoverivano soltanto queste nazioni già malate e avvicinavano il dies irae.
Bene. Benissimo. Però non ce l'avevano raccontata così. Evidentemente il corollario della Guerra Preventiva deve essere la Scusa Postuma.
Ora: non vogliamo dubitare delle buone intenzioni, ma la notizia è che si ammette che, fino a ieri, ci si è tappati il naso e si ha amabilmente tollerato. Possono essere cambiate le cose, e forse l'11 settembre le ha cambiate molto di più di quanto fosse lecito sospettare. Forse sono cambiate così tanto che nemmeno loro sanno dirci “quanto” sono cambiate.
L'articolo è degno perché è sincero. Ammette le nefandezze, non le giustifica e ammette pure che non sono proprio sicuri che questa cosa della democrazia in Iraq funzioni, però. Non arriva di certo ad ammettere che vincere una guerra è molto diverso da vincere una pace. Però ammette che anche loro hanno dei dubbi. Questo ce li rende più umani. Dice che magari Bagdad non arriverà mai ad assomigliare ad una città occidentale ben governata e democratica. Però, chissà, magari funziona.
Questa involontaria sincerità è quasi commovente. Almeno hanno abbandonato la decisa e incrollabile rigidità virile che hanno esibito quando c'era da menar le mani. Magari in quel momento serviva: adesso possono pure dire che, beh, insomma, non è che sappiano bene nemmeno loro come va a finire, però non c'era altra scelta.
Trascura il nostro di dare uno straccio di giustificazione al perché questa guerra è stata presentata come una cosa completamente diversa. Questo non lo spiega proprio. C'avevano detto che era per le armi di distruzione di massa, ma poi scopriamo che era perché, insomma, il fondamentalismo islamico ha proprio stufato. Quella è una società secolare perennemente sull'orlo di una crisi di nervi, quindi è meglio somministrarle da subito dei pesanti sedativi. Meglio pararsi le spalle.
Questa guerra è stata preparata anche colpevolizzando e aggredendo moralmente e verbalmente chi non era d'accordo. Non solo i pacifisti più instransigenti perché pure chi manifestava qualche dubbio o accennava una civile discussione veniva ridicolizzato e zittito, e ora che la guerra è vinta è pure peggio. Il parallelo tra i pacifisti e Saddam , tanto caro alla propaganda bellica, attraverso le accuse di tradimento si è infine appiattito sull'identità: il risultato del sillogismo è che i pacifisti sono antidemocratici e simpatizzanti dei regimi dittatoriali.

pagina seguente| Hanno fatto quello che gli è parso e ora tentano di giustificarlo a posteriori...

   
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