Lo
storico classicista americano Victor David Hanson, commentatore
conservatore per numerosi giornali tra cui National Review
Online, scrive un interessante
articolo in cui analizza lo stato delle
cose prima e dopo l'11 settembre, e prima e dopo la guerra
in Iraq. Buona sostanza del discorso è che “non
c'era scelta” e che la cosa più semplice era
continuare ad appoggiare regimi criminali chiudendo un occhio
in cambio di un'apparente stabilità oppure agire
e cercare di cambiare in meglio le cose. “Due
anni fa – scrive Hanson – difendevamo
la relazione corrotta che avevamo con l'Arabia Saudita;
oggi difendere quello status quo significherebbe probabilmente
incorrere nell'odio pubblico”. E ancora: “Prima
dell'11 settembre, l'Occidente è stato complice in
molti modi in questa tragedia (la tensione e l'instabilità
del MO, n.d.a.) e, contemporaneamente, ha ignorato i
sintomi allarmanti – o, peggio ancora, ha prolungato
e aiutato la malattia. Le compagnie petrolifere e i fornitori
della difesa hanno strizzato l'occhio alla corruzione pur
sapendo bene che le armi ed i giocattoli che vendevano ai
despoti impoverivano soltanto queste nazioni già
malate e avvicinavano il dies irae.”
Bene. Benissimo. Però non ce l'avevano raccontata
così. Evidentemente il corollario della Guerra Preventiva
deve essere la Scusa Postuma.
Ora: non vogliamo dubitare delle buone intenzioni, ma la
notizia è che si ammette che, fino a ieri, ci si
è tappati il naso e si ha amabilmente tollerato.
Possono essere cambiate le cose, e forse l'11 settembre
le ha cambiate molto di più di quanto fosse lecito
sospettare. Forse sono cambiate così tanto che nemmeno
loro sanno dirci “quanto” sono cambiate.
L'articolo è degno perché è sincero.
Ammette le nefandezze, non le giustifica e ammette pure
che non sono proprio sicuri che questa cosa della democrazia
in Iraq funzioni, però. Non arriva di certo ad ammettere
che vincere una guerra è molto diverso da vincere
una pace. Però ammette che anche loro hanno dei dubbi.
Questo ce li rende più umani. Dice che magari Bagdad
non arriverà mai ad assomigliare ad una città
occidentale ben governata e democratica. Però, chissà,
magari funziona.
Questa involontaria sincerità è quasi commovente.
Almeno hanno abbandonato la decisa e incrollabile rigidità
virile che hanno esibito quando c'era da menar le mani.
Magari in quel momento serviva: adesso possono pure dire
che, beh, insomma, non è che sappiano bene nemmeno
loro come va a finire, però non c'era altra scelta.
Trascura il nostro di dare uno straccio di giustificazione
al perché questa guerra è stata presentata
come una cosa completamente diversa. Questo non lo spiega
proprio. C'avevano detto che era per le armi di distruzione
di massa, ma poi scopriamo che era perché, insomma,
il fondamentalismo islamico ha proprio stufato. Quella è
una società secolare perennemente sull'orlo di una
crisi di nervi, quindi è meglio somministrarle da
subito dei pesanti sedativi. Meglio pararsi le spalle.
Questa guerra è stata preparata anche colpevolizzando
e aggredendo moralmente e verbalmente chi non era d'accordo.
Non solo i pacifisti più instransigenti perché
pure chi manifestava qualche dubbio o accennava una civile
discussione veniva ridicolizzato e zittito, e ora che la
guerra è vinta è pure peggio. Il parallelo
tra i pacifisti e Saddam , tanto caro alla propaganda bellica,
attraverso le accuse di tradimento si è infine appiattito
sull'identità: il risultato del sillogismo è
che i pacifisti sono antidemocratici e simpatizzanti dei
regimi dittatoriali.
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Hanno fatto quello che gli è parso e ora tentano
di giustificarlo a posteriori...
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