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10 02 03 | 08.30

A voler leggere fra le righe
di Floriana Ramboldi

 

 
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01 Governo Italiano

02 Rumsfeld (Casa Bianca)


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“La guerra non durerà né sei giorni, né sei settimane, ma sicuramente meno di sei mesi”. Così parlò il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld in visita a Roma da un sorridentissimo e dentatissimo Berlusconi. Una dichiarazione simile tradisce le reali intenzioni di chi l'ha pronunciata, poiché, nell'intento di tranquillizzare gli animi lasciando intendere che il nemico è debole e che gli USA sono fortissimi, non riesce per niente a nascondere che questa guerra si combatte contemporaneamente su due fronti: uno esterno, quello iracheno, e uno interno, ossia l'opinione pubblica occidentale che è schierata su posizioni apertamente pacifiste prima ancora dell'inizio del conflitto. E' singolare che il dissenso alla guerra sia plateale e gridato prima ancora che sia stata sgranciata una sola bomba, singolare perché sino ad oggi si era assistito al consolidarsi di movimenti pacifisti solo quando la puzza dei cadaveri arrivava troppo vicina alla porta di casa. Oggi l'Occidente, fra pezzi persi per strada (Francia, Germania) e acquisti il cui reale valore in termini militari è sconosciuto (Italia), è in procinto di combattere una guerra decisa esclusivamente dai governi di quegli Stati e affatto condivisa dalle rispettive opinioni pubbliche: cosa ancora più grave è che ogni dissenso interno è stato accuratamente sterilizzato e neutralizzato da media e rappresentanti politici per evitare che il grido “Il re è nudo” fosse appena udibile. Berlusconi continua a sostenere che chi si oppone all'ineluttabile necessità della guerra “Ha perso la testa” e che i pacifisti “Fanno il gioco di Saddam”. Finalmente delle parole ragionevoli e serene per le quali ogni cittadino onesto dovrebbe sinceramente chiedersi perché dovrebbe accordare la propria fiducia ad un personaggio che passa il tempo ad insultarlo o a farsi trapiantare i capelli (nella migliore delle ipotesi). Parole, quelle di Rumsfeld e di Berlusconi, che hanno lo scopo di tranquillizzare -quindi, questo è il ragionamento, se la guerra dura poco avremo proporzionalmente meno morti- oppure di intimidire una parte (la stragrande maggioranza degli italiani per esempio, non quella maggioranza che il governo tira fuori dal portafogli come un santino quando deve ricordare ai disattenti che è stata votata da una maggioranza; effettivamente a volte stentiamo a crederci pure noi). Colpevolizzare l'avversario è una tecnica talmente stranota della propaganda che c'è da meravigliarsi che la si usi ancora. Eppure assistiamo ancora a un presidente del Consiglio che sta dando a milioni di italiani e a centinaia di milioni di uomini dei fiancheggiatori di Saddam. Ma il punto non è questo: il punto è che se uomini politici arrivano a fare dichiarazioni del genere è perché sono in evidente difficoltà e devono disperatamente mostrare di avere della certezze e degli attributi perché -non bisogna dimenticarlo mai- se ricoprono quei ruoli è per volontà del popolo, e loro sono disperatamente dipendenti dall'umore popolare.
Che credibilità avrebbe Berlusconi se fosse stranoto che nel Paese è in minoranza e che la maggioranza parlamentare è sostenuta per via endovenosa? Quanto può resistere un governo che non è l'immagine democratica del Paese?
Se statisticamente l'appoggio popolare ad un conflitto registra dei massimi all'inizio delle ostilità per poi flettere sensibilmente alle prime difficoltà, c'è da chiedersi quanta vita possa avere questo conflitto. Brevissima, risponde Rumsfeld. E non c'è nemmeno da chiedersi perché si sia sentito in dovere di dirlo.

   
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