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“La
guerra non durerà né sei giorni, né sei
settimane, ma sicuramente meno di sei mesi”. Così
parlò il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld
in visita a Roma da un sorridentissimo e dentatissimo Berlusconi.
Una dichiarazione simile tradisce le reali intenzioni di chi
l'ha pronunciata, poiché, nell'intento di tranquillizzare
gli animi lasciando intendere che il nemico è debole
e che gli USA sono fortissimi, non riesce per niente a nascondere
che questa guerra si combatte contemporaneamente su due fronti:
uno esterno, quello iracheno, e uno interno, ossia l'opinione
pubblica occidentale che è schierata su posizioni apertamente
pacifiste prima ancora dell'inizio del conflitto. E' singolare
che il dissenso alla guerra sia plateale e gridato prima ancora
che sia stata sgranciata una sola bomba, singolare perché
sino ad oggi si era assistito al consolidarsi di movimenti
pacifisti solo quando la puzza dei cadaveri arrivava troppo
vicina alla porta di casa. Oggi l'Occidente, fra pezzi persi
per strada (Francia, Germania) e acquisti il cui reale valore
in termini militari è sconosciuto (Italia), è
in procinto di combattere una guerra decisa esclusivamente
dai governi di quegli Stati e affatto condivisa dalle rispettive
opinioni pubbliche: cosa ancora più grave è
che ogni dissenso interno è stato accuratamente sterilizzato
e neutralizzato da media e rappresentanti politici per evitare
che il grido “Il re è nudo” fosse appena
udibile. Berlusconi continua a sostenere che chi si oppone
all'ineluttabile necessità della guerra “Ha perso
la testa” e che i pacifisti “Fanno il gioco di
Saddam”. Finalmente delle parole ragionevoli e serene
per le quali ogni cittadino onesto dovrebbe sinceramente chiedersi
perché dovrebbe accordare la propria fiducia ad un
personaggio che passa il tempo ad insultarlo o a farsi trapiantare
i capelli (nella migliore delle ipotesi). Parole, quelle di
Rumsfeld e di Berlusconi, che hanno lo scopo di tranquillizzare
-quindi, questo è il ragionamento, se la guerra dura
poco avremo proporzionalmente meno morti- oppure di intimidire
una parte (la stragrande maggioranza degli italiani per esempio,
non quella maggioranza che il governo tira fuori dal portafogli
come un santino quando deve ricordare ai disattenti che è
stata votata da una maggioranza; effettivamente a volte stentiamo
a crederci pure noi). Colpevolizzare l'avversario è
una tecnica talmente stranota della propaganda che c'è
da meravigliarsi che la si usi ancora. Eppure assistiamo ancora
a un presidente del Consiglio che sta dando a milioni di italiani
e a centinaia di milioni di uomini dei fiancheggiatori di
Saddam. Ma il punto non è questo: il punto è
che se uomini politici arrivano a fare dichiarazioni del genere
è perché sono in evidente difficoltà
e devono disperatamente mostrare di avere della certezze e
degli attributi perché -non bisogna dimenticarlo mai-
se ricoprono quei ruoli è per volontà del popolo,
e loro sono disperatamente dipendenti dall'umore popolare.
Che credibilità avrebbe Berlusconi se fosse stranoto
che nel Paese è in minoranza e che la maggioranza parlamentare
è sostenuta per via endovenosa? Quanto può resistere
un governo che non è l'immagine democratica del Paese?
Se statisticamente l'appoggio popolare ad un conflitto registra
dei massimi all'inizio delle ostilità per poi flettere
sensibilmente alle prime difficoltà, c'è da
chiedersi quanta vita possa avere questo conflitto. Brevissima,
risponde Rumsfeld. E non c'è nemmeno da chiedersi perché
si sia sentito in dovere di dirlo. 
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