Caro
direttore,
non riesco ad essere pienamente d'accordo con quanto scrivi.
Pienamente nel senso che condivido molto di ciò
che scrivi, ma non tutto.
Le manifestazioni per la pace di questi giorni e l'incessante
dibattito attorno alla guerra contro l'Iraq hanno generato
un dibattito che è giusto e doveroso esplorare in
ogni suo aspetto. Qualsiasi manifestazione di una sana dialettica
democratica è vitale: immagino che al riguardo l'accordo
fra di noi sia totale.
In questi giorni sono apparsi due notevoli articoli su La
Repubblica e su Il Corriere
della Sera: il primo l'ha scritto Salman Rushdie e prende
spunto da due film che si proiettano in queste settimane:
Il Signore degli Anelli: Le Due Torri, tratto dal
capolavoro di Tolkien e diretto da Peter Jackson e Gangs
of New York. Rushdie nota nel primo la contrapposizione
netta ed inequivocabile fra bianco e nero (non a caso rappresentati
dai diversi colori dei protagonisti) e quindi fra bene e
male; si tratta di una lettura mitica ma fantasiosa della
realtà, perché in genere nelle faccende umane
le due cose si mescolano, come suggerisce Martin Scorsese
in Gangs of New York. Chi è infatti il buono
e il cattivo? Tutti siamo apparentemente buoni o cattivi,
ma tutti, simultaneamente, abbiamo in noi anche l'opposto.
E' per questo che Il macellaio (Daniel Day Lewis) appare
quasi un padre amoroso quando condanna la corruzione dei
costumi della società americana mentre recita il
suo monologo avvolto nella bandiera americana, ma ritorna
a mostrare la sua anima malvagia quando uccide senza scrupoli.
E' facile dividere tutto in una dicotomia indeclinabile,
come fanno coloro che al giorno d'oggi difendono in maniera
fanatica la propria visione del mondo, non accettando che
ne possano esistere altre. E' necessario avere la sensibilità
e la comprensione per le sfumature, essenzialmente le zone
d'ombra, dove la direzione non è chiara e i colori
sono confusi, ingannano.
Essere ingannati dalle cose, sentire di non capirle, di
non vederle bene è il sentimento di Ian Mc Ewan che
si dichiara indeciso se essere pacifista o interventista.
Confessa di non capire quale è il vero colore delle
cose, perché viviamo immersi in una regione di chiaroscuro,
dove i raggi luminosi sono filtrati da un'atmosfera densa
e polverosa. «Sono per la guerra con la testa e per
la pace con il cuore» dice McEwan, ed è in
questa tensione che nasce il tentativo di elaborare l'ambiguità
in cui viviamo: non sapere scegliere con esattezza. Essere
pacifisti acritici può essere altrettanto dannoso
che essere interventisti, o essere semplicemente cinici
e pensare che la realpolitik è sovrana, che non si
sfugge alle leggi di mercato. Essere indifferenti è
la condizione più abominevole, ma chi è smarrito
e indeciso è semplicemente umano: sta ascoltando
la sua mente che parla all'istinto di sopravvivenza e il
suo cuore, che parla invece all'inclinazione alla comprensione
e alla solidarietà.
Da questa tensione e da questo fluido susseguirsi di configurazioni
di instabilità che generano energia vitale ha origine
lo scorrere della vita: dall'oscillazione degli estremi
contrapposti scaturisce il movimento vitale. E' per questo,
pensavo leggendo questi articoli, che non riesco a persuadermi
né dell'assoluta giustezza di una posizione (quella
pacifista) né nell'inequivocabile scelleratezza dell'altra.
Convinto che la soluzione pacifica e dialettica ai contrasti
umani debba essere cercata anche oltre ogni ragionevole
speranza, ti saluto.
Paolo Comino
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