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18 02 03 | 23.30

Oscillando tra gli estremi opposti
di Paolo Comino

 

 
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01 L'articolo di Rushdie (Clarence)

02 L'articolo di McEwan (Clarence)
03 La Repubblica
04 Corriere della Sera


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Caro direttore,
non riesco ad essere pienamente d'accordo con quanto scrivi. Pienamente nel senso che condivido molto di ciò che scrivi, ma non tutto.
Le manifestazioni per la pace di questi giorni e l'incessante dibattito attorno alla guerra contro l'Iraq hanno generato un dibattito che è giusto e doveroso esplorare in ogni suo aspetto. Qualsiasi manifestazione di una sana dialettica democratica è vitale: immagino che al riguardo l'accordo fra di noi sia totale.
In questi giorni sono apparsi due notevoli articoli su La Repubblica e su Il Corriere della Sera: il primo l'ha scritto Salman Rushdie e prende spunto da due film che si proiettano in queste settimane: Il Signore degli Anelli: Le Due Torri, tratto dal capolavoro di Tolkien e diretto da Peter Jackson e Gangs of New York. Rushdie nota nel primo la contrapposizione netta ed inequivocabile fra bianco e nero (non a caso rappresentati dai diversi colori dei protagonisti) e quindi fra bene e male; si tratta di una lettura mitica ma fantasiosa della realtà, perché in genere nelle faccende umane le due cose si mescolano, come suggerisce Martin Scorsese in Gangs of New York. Chi è infatti il buono e il cattivo? Tutti siamo apparentemente buoni o cattivi, ma tutti, simultaneamente, abbiamo in noi anche l'opposto. E' per questo che Il macellaio (Daniel Day Lewis) appare quasi un padre amoroso quando condanna la corruzione dei costumi della società americana mentre recita il suo monologo avvolto nella bandiera americana, ma ritorna a mostrare la sua anima malvagia quando uccide senza scrupoli. E' facile dividere tutto in una dicotomia indeclinabile, come fanno coloro che al giorno d'oggi difendono in maniera fanatica la propria visione del mondo, non accettando che ne possano esistere altre. E' necessario avere la sensibilità e la comprensione per le sfumature, essenzialmente le zone d'ombra, dove la direzione non è chiara e i colori sono confusi, ingannano.
Essere ingannati dalle cose, sentire di non capirle, di non vederle bene è il sentimento di Ian Mc Ewan che si dichiara indeciso se essere pacifista o interventista. Confessa di non capire quale è il vero colore delle cose, perché viviamo immersi in una regione di chiaroscuro, dove i raggi luminosi sono filtrati da un'atmosfera densa e polverosa. «Sono per la guerra con la testa e per la pace con il cuore» dice McEwan, ed è in questa tensione che nasce il tentativo di elaborare l'ambiguità in cui viviamo: non sapere scegliere con esattezza. Essere pacifisti acritici può essere altrettanto dannoso che essere interventisti, o essere semplicemente cinici e pensare che la realpolitik è sovrana, che non si sfugge alle leggi di mercato. Essere indifferenti è la condizione più abominevole, ma chi è smarrito e indeciso è semplicemente umano: sta ascoltando la sua mente che parla all'istinto di sopravvivenza e il suo cuore, che parla invece all'inclinazione alla comprensione e alla solidarietà.
Da questa tensione e da questo fluido susseguirsi di configurazioni di instabilità che generano energia vitale ha origine lo scorrere della vita: dall'oscillazione degli estremi contrapposti scaturisce il movimento vitale. E' per questo, pensavo leggendo questi articoli, che non riesco a persuadermi né dell'assoluta giustezza di una posizione (quella pacifista) né nell'inequivocabile scelleratezza dell'altra.

Convinto che la soluzione pacifica e dialettica ai contrasti umani debba essere cercata anche oltre ogni ragionevole speranza, ti saluto.

Paolo Comino

   
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