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[09.04.03]
1. Cordiali saluti
Questo speciale sulla guerra
in Iraq, che oggi, mercoledì 9 aprile, è data universalmente
come terminata, si interrompe qui, per continuare attraverso analisi
e commenti nelle consuete pagine di politica curate dalla redazione.
Molti giorni mancano all'appello: ci eravamo proposti
di scrivere qualcosa ogni giorno, ma spesso sono mancate la voglia
e la forza di continuare a commentare un argomento che sembra
sinceramente troppo grande e incomprensibile. Magari sono mancati
il tempo e la capacità, o anche la forza morale per cercare
di dire sempre qualcosa. Abbiamo riflettuto, fra di noi, nelle
nostre meningi.
Il reportage dall'interno del nostro cervello
non è riuscito ad illuminare gli angoli più nascosti
della nostra mente, perché la luce non riesce ad arrivarci,
perché quello è il luogo dove le opinioni non sono
perfettamente formate. Confessiamo un'incapacità a focalizzare,
a ridurre e semplificare, a trinciare giudizi - come si dice con
una efficace immagine - contrariamente al cicaleccio che si è
sentito ovunque in queste settimane. Forse è una qualità
dell'uomo che ha consapevolezza della guerra quella di saper essere
categorico, di operare semplificazioni violente, di sapersi schierare.
E' una qualità che sinceramente invidiamo, anche se preferiremmo
avesse altre applicazioni. Forse significa che non sappiamo andare
in guerra, che abbiamo troppi dubbi, che abbiamo fastidio per
le categorie e le spiegazioni finali e troppo semplici. Siamo
impauriti da chi non ha dubbi.
La fine di questa guerra - una fine giornalistica più che
militare - non ha portato via con sè i problemi che ha
generato: le proporzioni dell'emergenza umanitaria sono ancora
sconosciute, la capacità degli americani di ricostruire
l'Iraq e di fondarvi una democrazia sono tutte da dimostrare.
Il problema Iraq non è per niente risolto, anzi: adesso
la pancia del paziente è aperta, i professionisti sono
all'opera; speriamo solo che siano degni dei valori di cui si
ammantano.
Il dubbio sulla necessità di questa guerra
è rimasto: le finalità dell'azione militare sono
mutate nel corso dell'ultimo anno infinite volte, ed è
solo colpa della Coalizione se chi si arrovella attorno a questo
dubbio non l'ha ancora sciolto. I grandi comunicatori non hanno
convinto nessuno: hanno solo disseminato i loro discorsi di dettagli
di cui hanno perso traccia loro stessi, e che nessuno si curerà
mai di chiarire. Le armi di distruzione di massa "si troveranno",
dei legami con Al Qaeda non se ne parla più: la parola
d'ordine è democrazia, una cosa che piace a tutti, ma che
non è solo una parola da mettere in fila assieme a "Dio",
"liberazione" e altri ingredienti immancabili dei nauseanti
cocktail retorici che servono i barman della Coalizione.
La buona notizia è che Saddam non è
più al potere, e di questo tutti dovrebbero essere contenti.
Confessiamo che dubitavamo che le sanzioni dell'Onu o le ispezioni
avrebbero ottenuto un simile risultato, quindi in questo ci allineiamo
ai falchi che hanno utilizzato questo argomento per giustificare
la guerra. Le sanzioni e le risoluzioni sono comunque dei dispositivi
legali, che andrebbero applicati prima di dire che non funzionano,
e in Iraq, purtroppo, questo non sempre è successo. Non
sappiamo per colpa di chi o perché. Non è successo
e basta, e il risultato è che c'é stata una guerra,
che sono morte molte persone e molte ne moriranno per le ferite
riportate e per la mancanza di cure.
Il risultato è anche che l'Ordine Mondiale è mutato
nuovamente e la forma che prenderà non è chiara
a nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale.
Troppe previsioni si sono rivelate sbagliate e l'azione militare
è sembrata spesso non perfettamente pianificata. E' questa
imprecisione che spaventa, ma lo sono anche l'arroganza intellettuale
e il rifiuto del dialogo tra pacifisti e interventisti.
Il fronte degli interventisti ha spesso avuto buoni argomenti,
li ha dibattuti più spesso in maniera sbagliata e si è
rifiutato in molti suoi esponenti di legittimare in qualsiasi
modo i pacifisti.
Non crediamo nel pacifismo assoluto: una certa dose di realismo
ci costringe ad accettare che al mondo esiste il male e che spesso
la violenza è l'unico mezzo per contrastarla.
La storia però ci dovrebbe ricordare che certe condizioni
di forte instabilità per l'intero globo sono il risultato
del cinismo e della spregiudicatezza con cui si è giocato
fin qui al Risiko globale. Saddam è esistito grazie alla
sua violenza, ma anche al tacito consenso di un Occidente che
lo considerava un fattore di stabilità e che non ha esitato
a tollerare l'impiego di strumenti violenti se questi erano funzionali
ad un disegno di equilibrio mondiale di importanza superiore all'integrità
di milioni di vite umane. Questo cinismo è criminale ed
ha prodotto risultati criminali. Saddam era un criminale, ma gli
è stato anche permesso di operare da criminale. Un comportamento
del genere non dovrebbe essere degno di un Occidente che si considera
avanzato, democratico, libero (cosa che spesso è) ma che
non è certamente ancora maturo per avere un sincero disgusto
per i mezzi illegali di cui molto, troppo spesso si serve per
ottenere determinati risultati.
L'Ordine Mondiale è fondamentalmente Occidento-centrico
(ci sia permesso il neologismo) e basa la sua forza sulla superiorità
economica e militare. La sua grande debolezza è però
quella di considerare il mondo nell'ottica della subordinazione
ad un disegno geopolitico che è fortemente informato a
caratteri economici e politici: è la stessa ottica che
asseconda i valori democratici quando sono sincronizzati con i
valori economici, per poi negarli quando il meccanismo si inceppa.
Qualora in alcune aree del mondo non sussista alcun valore economico,
l'interesse dell'Occidente per la prosperità in quelle
regioni dei valori democratici è nullo. Nessuna persona
almeno un po' onesta può negare che dei molti stati africani
che si stanno scannando vicendevolmente interessi veramente qualcosa
a qualcuno, così come nessuno può negare la carità
pelosa con cui si accetta l'alleanza con regimi per niente democratici
per ragioni puramente strategiche o di convenienza. Il principio
di funzionamento della geopolitica è un cinico calcolo:
uso chi serve per perseguire obiettivi che considero prioritari.
Il principio morale equivale alla sabbia negli ingranaggi degli
equilibri mondiali.
La guerra non sarà stata fatta per il petrolio (ne siamo
convinti), ma che la coalizione abbia speso danari e vite umane
per la democrazia e l'affermazione dei valori di civile convivenza
è veramente difficile sostenerlo. O sono dei folli idealisti
o sono dei bugiardi.

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