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24 11 03 | 09.30

Il peccato originale dei neocon.
di Mark Ikkulae

 

 
     


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Esiste una contraddizione evidente tra gli assunti e il comportamento dei neocon: se il loro obiettivo è esportare la democrazia ed affermarla come l'unico ed equo sistema di governo, è possibile farlo tradendo uno dei suoi fondamenti, ossia quello della trasparenza delle azioni di governo ed il rapporto di fiducia che deve esistere fra amministratore della cosa pubblica e cittadino, fra il politico ed il suo elettore? L'agire democratico è fondato su di un contratto sociale e la sua validità è data a patto che vi sia fiducia reciproca.
Ora: gli Stati Uniti – e con loro molti governi che hanno appoggiato la guerra in Iraq – hanno ripetutamente tradito questo contratto, giustificando la propria azione su presupposti semplicemente falsi. Armi di distruzione di massa, acquisto di materiale nucleare, legami con le organizzazioni terroristiche internazionali. Niente di tutto ciò si è dimostrato vero per l'Iraq, senza nulla togliere all'indubbio merito di avere eliminato un sanguinario dittatore come Saddam Hussein.
Ma è interessante notare quanto i neocon e chi li avversa (non tutti, certo) siano l'espressione di una medesima entità, che è la democrazia nella sua particolare declinazione americana.
I neocon promuovono l'esportazione della democrazia (si dovrebbe analizzare un bel giorno la valenza del verbo impiegato in termini freudiani), mentre i loro critici li osteggiano in nome dei fondamenti della democrazia ed in difesa del loro tradimento.
Al centro della contesa c'è sempre la democrazia.
E' altrettanto curioso notare quanto eterogeneo sia il fronte che appoggia dall'interno l'amministrazione Bush: ai neocon, che la vedono come lo strumento per l'applicazione delle proprie teorie, si affiancano infatti i repubblicani e un'agguerrita schiera di intellettuali ed opinionisti che si distinguono più per le opinioni poco democratiche che strillano piuttosto che per altro. La contraddizione all'interno del fronte che appoggia la presidenza e che combatte (anche se sarebbe opportuno usare il condizionale) per l'affermazione della democrazia è evidente: ciò che manifesta infatti, più che sincero amore per i valori della libertà e dell'uguaglianza, è un'isterica intolleranza verso qualsiasi forma di contestazione del potere che, vale la pena di ricordare, è il sale della democrazia. Il potere deve sempre essere controbilanciato da una scrupolosa, ma corretta contestazione; la vigilanza dei gruppi politici o parapolitici popolari deve sempre essere attenta.

L'impresa irachena si sta rivelando, giorno dopo giorno, maldestramente pianificata. Ad una facile vittoria ottenuta su di un esercito la cui forza era infinitamente ed artatamente sovrastimata dalla coalizione, è seguita una difficilissima opera di pacificazione. Ad isolati attacchi alle truppe americane sono seguiti atti terroristici attentamente pianificati da un'organizzazione estremamente preparata. La cosa che stupisce di più è l'impreparazione della macchina bellica americana, che appare costantemente sempre più debole ed indifesa di fronte ad un nemico che non riconosce e non capisce. Che in un paese occupato (o liberato, ditelo come vi pare) da una forza militare straniera possano circolare indisturbati camion farciti di esplosivo sembra incredibile, eppure il margine di azione del terrorismo che sta operando in Iraq è precisamente la zona d'ombra che la coalizione non riesce a controllare.
Gli errori di questa amministrazione sono macroscopici ed aveva ragione da vendere chi (compresi noi di metafluxus) metteva in guardia dal più grave danno che essa ha provocato: normalizzare la bugia e togliere qualsiasi freno alla quantità di fandonie che si può somministrare ad un elettorato e ad una popolazione mondiale democratica impaurita dalla minaccia del terrorismo.
Il cinismo con cui si è sfruttata l'insicurezza della gente e la situazione di costante emergenza ha prodotto uno stato catatonico dell'opinione pubblica: angosciata per gran parte , annoiata per il resto dai continui ed ossessivi proclami alla guerra contro il terrorismo che, sino ad ora, non ha prodotto uno solo dei risultati che si prefiggeva.
Saddam non è più al potere, e questo è un bene ed un successo, purtroppo l'unico di una strategia di politica estera (ossia quella della guerra preventiva) che, se la si dovesse giudicare dai risultati sin qui prodotti, non si potrebbe che bocciare.

Ma ormai in Iraq ci siamo, e anche chi aveva partecipato all'azione bellica contro il volere della stragrande maggioranza dei propri cittadini – come l'Italia – si sta misurando col il lutto per la perdita dei propri soldati o con la tragedia che la guerra porta inevitabilmente con se.
Abbandonare l'Iraq sarebbe d'altro canto l'ammissione più palese della propria inadeguatezza e malafede, ed otterrebbe il risultato di relegare quello sfortunato paese in una condizione ancora più caotica e pericolosa di quanto paradossalmente il regime di Saddam avrebbe potuto realizzare.
L'obiettivo era e rimane la stabilità del medioriente secondo il disegno occidentale, e il disegno politico dei neocon ha accompagnato solo fortuitamente l'azione del governo americano. Diciamo che, per una volta, si è realizzata una imprevista coincidenza di intenti fra la teoria e la pratica, con i risultati che purtroppo sono sotto gli occhi di tutti. Per questo bisogna riconoscere almeno la buona fede degli assunti neocon, almeno tanto quanto bisogna condannare il cinismo e l'ipocrisia che hanno impedito loro di prendere le distanze da un governo bugiardo. Se ci tengono tanto alla democrazia, allora dovrebbero criticare ferocemente un governo che di democratico non ha più molto.

Mark Ikkulae

   
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