Esiste
una contraddizione evidente tra gli assunti e il comportamento
dei neocon: se il loro obiettivo è esportare la democrazia
ed affermarla come l'unico ed equo sistema di governo, è
possibile farlo tradendo uno dei suoi fondamenti, ossia
quello della trasparenza delle azioni di governo ed il rapporto
di fiducia che deve esistere fra amministratore della cosa
pubblica e cittadino, fra il politico ed il suo elettore?
L'agire democratico è fondato su di un contratto
sociale e la sua validità è data a patto che
vi sia fiducia reciproca.
Ora: gli Stati Uniti – e con loro molti governi che
hanno appoggiato la guerra in Iraq – hanno ripetutamente
tradito questo contratto, giustificando la propria azione
su presupposti semplicemente falsi. Armi di distruzione
di massa, acquisto di materiale nucleare, legami con le
organizzazioni terroristiche internazionali. Niente di tutto
ciò si è dimostrato vero per l'Iraq, senza
nulla togliere all'indubbio merito di avere eliminato un
sanguinario dittatore come Saddam Hussein.
Ma è interessante notare quanto i neocon e chi li
avversa (non tutti, certo) siano l'espressione di una medesima
entità, che è la democrazia nella sua particolare
declinazione americana.
I neocon promuovono l'esportazione della democrazia (si
dovrebbe analizzare un bel giorno la valenza del verbo impiegato
in termini freudiani), mentre i loro critici li osteggiano
in nome dei fondamenti della democrazia ed in difesa del
loro tradimento.
Al centro della contesa c'è sempre la democrazia.
E' altrettanto curioso notare quanto eterogeneo sia il fronte
che appoggia dall'interno l'amministrazione Bush: ai neocon,
che la vedono come lo strumento per l'applicazione delle
proprie teorie, si affiancano infatti i repubblicani e un'agguerrita
schiera di intellettuali ed opinionisti che si distinguono
più per le opinioni poco democratiche che strillano
piuttosto che per altro. La contraddizione all'interno del
fronte che appoggia la presidenza e che combatte (anche
se sarebbe opportuno usare il condizionale) per l'affermazione
della democrazia è evidente: ciò che manifesta
infatti, più che sincero amore per i valori della
libertà e dell'uguaglianza, è un'isterica
intolleranza verso qualsiasi forma di contestazione del
potere che, vale la pena di ricordare, è il sale
della democrazia. Il potere deve sempre essere controbilanciato
da una scrupolosa, ma corretta contestazione; la vigilanza
dei gruppi politici o parapolitici popolari deve sempre
essere attenta.
L'impresa irachena si sta rivelando, giorno
dopo giorno, maldestramente pianificata. Ad una facile vittoria
ottenuta su di un esercito la cui forza era infinitamente
ed artatamente sovrastimata dalla coalizione, è seguita
una difficilissima opera di pacificazione. Ad isolati attacchi
alle truppe americane sono seguiti atti terroristici attentamente
pianificati da un'organizzazione estremamente preparata.
La cosa che stupisce di più è l'impreparazione
della macchina bellica americana, che appare costantemente
sempre più debole ed indifesa di fronte ad un nemico
che non riconosce e non capisce. Che in un paese occupato
(o liberato, ditelo come vi pare) da una forza militare
straniera possano circolare indisturbati camion farciti
di esplosivo sembra incredibile, eppure il margine di azione
del terrorismo che sta operando in Iraq è precisamente
la zona d'ombra che la coalizione non riesce a controllare.
Gli errori di questa amministrazione sono macroscopici ed
aveva ragione da vendere chi (compresi noi di metafluxus)
metteva in guardia dal più grave danno che essa ha
provocato: normalizzare la bugia e togliere qualsiasi freno
alla quantità di fandonie che si può somministrare
ad un elettorato e ad una popolazione mondiale democratica
impaurita dalla minaccia del terrorismo.
Il cinismo con cui si è sfruttata l'insicurezza della
gente e la situazione di costante emergenza ha prodotto
uno stato catatonico dell'opinione pubblica: angosciata
per gran parte , annoiata per il resto dai continui ed ossessivi
proclami alla guerra contro il terrorismo che, sino ad ora,
non ha prodotto uno solo dei risultati che si prefiggeva.
Saddam non è più al potere, e questo è
un bene ed un successo, purtroppo l'unico di una strategia
di politica estera (ossia quella della guerra preventiva)
che, se la si dovesse giudicare dai risultati sin qui prodotti,
non si potrebbe che bocciare.
Ma ormai in Iraq ci siamo, e anche
chi aveva partecipato all'azione bellica contro il volere
della stragrande maggioranza dei propri cittadini –
come l'Italia – si sta misurando col il lutto per
la perdita dei propri soldati o con la tragedia che la guerra
porta inevitabilmente con se.
Abbandonare l'Iraq sarebbe d'altro canto l'ammissione più
palese della propria inadeguatezza e malafede, ed otterrebbe
il risultato di relegare quello sfortunato paese in una
condizione ancora più caotica e pericolosa di quanto
paradossalmente il regime di Saddam avrebbe potuto realizzare.
L'obiettivo era e rimane la stabilità del medioriente
secondo il disegno occidentale, e il disegno politico dei
neocon ha accompagnato solo fortuitamente l'azione del governo
americano. Diciamo che, per una volta, si è realizzata
una imprevista coincidenza di intenti fra la teoria e la
pratica, con i risultati che purtroppo sono sotto gli occhi
di tutti. Per questo bisogna riconoscere almeno la buona
fede degli assunti neocon, almeno tanto quanto bisogna condannare
il cinismo e l'ipocrisia che hanno impedito loro di prendere
le distanze da un governo bugiardo. Se ci tengono tanto
alla democrazia, allora dovrebbero criticare ferocemente
un governo che di democratico non ha più molto.
Mark Ikkulae
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