Dovremmo
essere grati agli Stati Uniti, sinceramente. Per l'innocente
candore con cui sono, semplicemente, maledettamente, brutalmente
onesti, diretti, non ipocriti. Rumsfeld è la sublimazione
del politically incorrect. Fra il suo cervello e la sua
bocca non c'è alcun filtro: come Bush, dice quello
che fa e fa quello che dice. Gliene si può dire di
tutti i colori, ma non che siano degli ipocriti.
Esportare l'America, il libro di
Christian Rocca, è molto ben scritto, talmente ben
scritto che la sua ammirazione per i personaggi di cui narra
arriva al punto di annullare la sua indipendenza di pensiero.
E' un libro neanche inaspettatamente senza una conclusione
degna di questo nome. Non ce l'ha forse perché hanno
già detto tutto i personaggi di cui parla. In tal
senso Rocca si è annullato, e ha lasciato parlare
chi gode della sua ammirazione. Rocca è attratto
dalla semplicità di pensiero, quella di Bush che
parla chiaro e non le manda a dire. Forse l'unica forza
antagonista dell'assurda violenza dell'11 settembre è
proprio un pensiero semplice, lineare, spigoloso e chiaro.
Forse.
La cosa migliore di Esp.Am. è il fatto che, finalmente,
esiste uno studio puntuale sulla figura di intellettuale
da guerra più dibattuto del 2003, il neocon appunto.
Partendo dalle origini dei suddetti (origini che spesso
sembrano giustificazioni a posteriori più che paternità
riconosciute) per arrivare fino a chi può fregiarsi
del titolo, in Esp. Am. c'è tutto quello che c'é
da sapere sugli ispiratori (si dice) della geopolitica americana
del dopo 11 settembre. Dopo una guerra giustificata incespicando
su qualsiasi obiezione e venduta con la determinazione con
cui si tenta di piazzare un aspirapolvere scadente, Bush
e compagnia si sono resi conto che forse era il caso di
dare qualche risposta. E per favore, evitiamo la retorica
da cowboy, e pure Dio e il Bene e il Male. Per favore.
La cosa più deludente, invece, del post 11 settembre
è stata la reazione delle società occidentali:
il dibattito non si è per niente concentrato sul
tentativo di risolvere i problemi, ma piuttosto sull'accusarsi
reciprocamente di diffidenza e mala fede. Bush a dare ai
pacifisti dei traditori dei valori democratici, l'uno a
dare all'altro del codardo, e vai colle danze. Il vero problema
è completamente uscito dal campo visivo, o lo si
è appaltato al manovratore che, sin qui, ha manovrato
malissimo. E' fin troppo facile dimostrare quanto si sia
rivelata fallimentare la politica estera americana. Bush
ha fatto quello che ha detto, ma forse l'ha fatto veramente
male o diceva delle idiozie. Perché l'unico modo
per salvare questo zoppicante disegno di politica estera
è estendere la sua efficacia al lungo periodo, sì,
quello in cui tutti siamo morti, proprio quello. Infatti
è quello che anche Rocca ha tentato di fare in Esp.
Am.: parlare di Germania e Italia nel dopoguerra, e poi
del Giappone, e pure dell'India per dire che ci possono
volere 200 anni a fare una democrazia significa almeno ammettere
che la virile determinazione con cui si è guerreggiato
sta cedendo il posto ad un'impaurita riflessione: avremo
mica fatto male i conti?
Esportare la democrazia maltrattando così istericamente
il dissenso interno è stato l'inizio. Pensare che
la critica fosse sintomo di debolezza è stato il
modo più ingenuo per rivelare la debolezza. Non avere
dubbi è una debolezza. Il dissenso è la più
straordinaria espressione di democrazia, e il dissenso interno
all'Occidente è stato deriso fin dal primo momento,
non riuscendo a nascondere quanto rendesse nervosi.
Esp. Am. è un libro che fa sorridere. Anche ridere
di gusto. Una delle cose che fa più ridere è
una frase di Friedman: "La cultura americana è
sempre stata rivoluzionaria, dai jeans a Baywatch".
Molto divertente. Pensare che la gnocca sia rivoluzionaria
è una roba veramente forte, veramente rivoluzionaria.
Per chi non riesce a schierarsi come il sottoscritto, per
chi non si considera né di destra né di sinistra
(sarò mica terzista?), sapere che c'è chi
è disinvoltamente prima l'uno e poi l'altro, anzi,
se ne strafrega della destra e della sinistra, è
stato liberatorio. Perché Esp. Am. spiega che i neoconservatori
sono in gran parte ex-liberal, e quindi gente di sinistra,
mica fascisti reazionari. Questa cosa di nobilitarli dicendo
che "Beh, in fondo provengono dalla sinistra"
è indice di un curioso complesso secondo il quale
la cultura è appannaggio della sinistra, e quindi
quella buona di destra lo è perché chi l'ha
elaborata proveniva dalla sinistra. Iniziamo a liberarci
un po' da questo schema idiota "buoni contro cattivi",
"bianchi contro neri", "sinistra contro destra",
magari si riesce pure a ragionare senza dover giustificare
ogni cosa che si dice rispetto al macro sistema "Destra/Sinistra".
Ora però, anche grazie a Rocca, i neocon rischiano
di diventare dei miti, e i miti finiscono a fare i soggetti
di qualche bassorilievo, e dopo un po' ci passi davanti
e manco ti ricordi più cosa volevano dire. Sono diventati
pop, cioè sono precisamente nell'anticamera dell'obitorio,
perché quanto la cultura di massa si appropria di
qualcosa, lo fagocita, lo integra in sé stessa, sino
a stemperarlo ed annullarlo. Infatti Friedman impiega icone
pop per spiegarsi. Brutto segno. Fortunatamente per lui
(e per noi) gli USA sono rivoluzionari per tutt'altro. Perché
hanno insegnato il valore della critica costruttiva, di
cui non bisogna avere paura, mai. Questo è rivoluzionario,
mica Pamela Anderson.
Magari lo scopo di Rocca era quello di scrivere un manuale
sui neocon, e allora la missione è stata compiuta.
Di certo non mi è sembrato una riflessione sulla
loro importanza e su come cambieranno il mondo, loro e il
Presidente. Perché la cosa non è per niente
chiara, e perché questo è il momento in cui
loro sono in grande difficoltà perché non
riescono a dimostrare di avere avuto ragione.
Infine: Esp. Am. ha un sottotitolo nascosto, che recita
pressapoco "I neocon spiegati a quei craponi retrogradi
degli europei". Lo si capisce notando l'insistenza
sulla collocazione dei neocon stessi, che prima erano trotzkisti
e poi liberal, e poi idealisti realisti o che diavolo. Poi
c'è "La sinistra che non abdica". Il repertorio
è quasi completo e forse il risultato è presto
ottenuto: spiegare in termini comprensibili che questi sono
più evoluti perché hanno superato i limiti
cui la loro identificazione politica li costringeva.
La prima cosa invece che ho imparato a scuola sugli americani
è il pragmatismo. Per loro è congenito, per
noi un miraggio. Un problema non lo si risolve accusandosi
reciprocamente di non riuscire a risolverlo. Uno si mette
di buona lena e fa. Per essere pragmatici bisogna fare.
Poi si discuterà se ha fatto bene o male, ma almeno
c'ha provato.
Ecco, adesso stiamo discutendo su ciò che gli americani
hanno fatto, alla luce delle teorie neocon, ma non solo.
Discutiamo e a volte ci alteriamo: ce l'hanno insegnato
gli americani come si fa.
Martino Pietropoli
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