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27 12 03 | 09.30

Rec. Esp. Am.
di Martino Pietropoli

 

 
     


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Dovremmo essere grati agli Stati Uniti, sinceramente. Per l'innocente candore con cui sono, semplicemente, maledettamente, brutalmente onesti, diretti, non ipocriti. Rumsfeld è la sublimazione del politically incorrect. Fra il suo cervello e la sua bocca non c'è alcun filtro: come Bush, dice quello che fa e fa quello che dice. Gliene si può dire di tutti i colori, ma non che siano degli ipocriti.

Esportare l'America, il libro di Christian Rocca, è molto ben scritto, talmente ben scritto che la sua ammirazione per i personaggi di cui narra arriva al punto di annullare la sua indipendenza di pensiero. E' un libro neanche inaspettatamente senza una conclusione degna di questo nome. Non ce l'ha forse perché hanno già detto tutto i personaggi di cui parla. In tal senso Rocca si è annullato, e ha lasciato parlare chi gode della sua ammirazione. Rocca è attratto dalla semplicità di pensiero, quella di Bush che parla chiaro e non le manda a dire. Forse l'unica forza antagonista dell'assurda violenza dell'11 settembre è proprio un pensiero semplice, lineare, spigoloso e chiaro. Forse.

La cosa migliore di Esp.Am. è il fatto che, finalmente, esiste uno studio puntuale sulla figura di intellettuale da guerra più dibattuto del 2003, il neocon appunto. Partendo dalle origini dei suddetti (origini che spesso sembrano giustificazioni a posteriori più che paternità riconosciute) per arrivare fino a chi può fregiarsi del titolo, in Esp. Am. c'è tutto quello che c'é da sapere sugli ispiratori (si dice) della geopolitica americana del dopo 11 settembre. Dopo una guerra giustificata incespicando su qualsiasi obiezione e venduta con la determinazione con cui si tenta di piazzare un aspirapolvere scadente, Bush e compagnia si sono resi conto che forse era il caso di dare qualche risposta. E per favore, evitiamo la retorica da cowboy, e pure Dio e il Bene e il Male. Per favore.

La cosa più deludente, invece, del post 11 settembre è stata la reazione delle società occidentali: il dibattito non si è per niente concentrato sul tentativo di risolvere i problemi, ma piuttosto sull'accusarsi reciprocamente di diffidenza e mala fede. Bush a dare ai pacifisti dei traditori dei valori democratici, l'uno a dare all'altro del codardo, e vai colle danze. Il vero problema è completamente uscito dal campo visivo, o lo si è appaltato al manovratore che, sin qui, ha manovrato malissimo. E' fin troppo facile dimostrare quanto si sia rivelata fallimentare la politica estera americana. Bush ha fatto quello che ha detto, ma forse l'ha fatto veramente male o diceva delle idiozie. Perché l'unico modo per salvare questo zoppicante disegno di politica estera è estendere la sua efficacia al lungo periodo, sì, quello in cui tutti siamo morti, proprio quello. Infatti è quello che anche Rocca ha tentato di fare in Esp. Am.: parlare di Germania e Italia nel dopoguerra, e poi del Giappone, e pure dell'India per dire che ci possono volere 200 anni a fare una democrazia significa almeno ammettere che la virile determinazione con cui si è guerreggiato sta cedendo il posto ad un'impaurita riflessione: avremo mica fatto male i conti?

Esportare la democrazia maltrattando così istericamente il dissenso interno è stato l'inizio. Pensare che la critica fosse sintomo di debolezza è stato il modo più ingenuo per rivelare la debolezza. Non avere dubbi è una debolezza. Il dissenso è la più straordinaria espressione di democrazia, e il dissenso interno all'Occidente è stato deriso fin dal primo momento, non riuscendo a nascondere quanto rendesse nervosi.

Esp. Am. è un libro che fa sorridere. Anche ridere di gusto. Una delle cose che fa più ridere è una frase di Friedman: "La cultura americana è sempre stata rivoluzionaria, dai jeans a Baywatch". Molto divertente. Pensare che la gnocca sia rivoluzionaria è una roba veramente forte, veramente rivoluzionaria.
Per chi non riesce a schierarsi come il sottoscritto, per chi non si considera né di destra né di sinistra (sarò mica terzista?), sapere che c'è chi è disinvoltamente prima l'uno e poi l'altro, anzi, se ne strafrega della destra e della sinistra, è stato liberatorio. Perché Esp. Am. spiega che i neoconservatori sono in gran parte ex-liberal, e quindi gente di sinistra, mica fascisti reazionari. Questa cosa di nobilitarli dicendo che "Beh, in fondo provengono dalla sinistra" è indice di un curioso complesso secondo il quale la cultura è appannaggio della sinistra, e quindi quella buona di destra lo è perché chi l'ha elaborata proveniva dalla sinistra. Iniziamo a liberarci un po' da questo schema idiota "buoni contro cattivi", "bianchi contro neri", "sinistra contro destra", magari si riesce pure a ragionare senza dover giustificare ogni cosa che si dice rispetto al macro sistema "Destra/Sinistra".

Ora però, anche grazie a Rocca, i neocon rischiano di diventare dei miti, e i miti finiscono a fare i soggetti di qualche bassorilievo, e dopo un po' ci passi davanti e manco ti ricordi più cosa volevano dire. Sono diventati pop, cioè sono precisamente nell'anticamera dell'obitorio, perché quanto la cultura di massa si appropria di qualcosa, lo fagocita, lo integra in sé stessa, sino a stemperarlo ed annullarlo. Infatti Friedman impiega icone pop per spiegarsi. Brutto segno. Fortunatamente per lui (e per noi) gli USA sono rivoluzionari per tutt'altro. Perché hanno insegnato il valore della critica costruttiva, di cui non bisogna avere paura, mai. Questo è rivoluzionario, mica Pamela Anderson.

Magari lo scopo di Rocca era quello di scrivere un manuale sui neocon, e allora la missione è stata compiuta. Di certo non mi è sembrato una riflessione sulla loro importanza e su come cambieranno il mondo, loro e il Presidente. Perché la cosa non è per niente chiara, e perché questo è il momento in cui loro sono in grande difficoltà perché non riescono a dimostrare di avere avuto ragione.

Infine: Esp. Am. ha un sottotitolo nascosto, che recita pressapoco "I neocon spiegati a quei craponi retrogradi degli europei". Lo si capisce notando l'insistenza sulla collocazione dei neocon stessi, che prima erano trotzkisti e poi liberal, e poi idealisti realisti o che diavolo. Poi c'è "La sinistra che non abdica". Il repertorio è quasi completo e forse il risultato è presto ottenuto: spiegare in termini comprensibili che questi sono più evoluti perché hanno superato i limiti cui la loro identificazione politica li costringeva.

La prima cosa invece che ho imparato a scuola sugli americani è il pragmatismo. Per loro è congenito, per noi un miraggio. Un problema non lo si risolve accusandosi reciprocamente di non riuscire a risolverlo. Uno si mette di buona lena e fa. Per essere pragmatici bisogna fare. Poi si discuterà se ha fatto bene o male, ma almeno c'ha provato.

Ecco, adesso stiamo discutendo su ciò che gli americani hanno fatto, alla luce delle teorie neocon, ma non solo.
Discutiamo e a volte ci alteriamo: ce l'hanno insegnato gli americani come si fa.

Martino Pietropoli

   
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