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26 03 04 | 02.06

Per un'analisi dell'iconografia populista.
di Floriana Ramboldi

 
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Elezioni europee di giugno: l'immagine al potere ritorna a manifestarsi come immagine del potere. Le città italiane stanno per essere rivestite di giganteschi manifesti elettorali. Naturalmente quelli che attraggono più l'attenzione - per il soggetto che manifestano e per la loro natura - sono quelli del partito di maggioranza, del partito-uomo, di Forza Italia, insomma.

L'ispirazione dichiaratamente populista del partito di Berlusconi è sempre stata evidente nel tipo di comunicazione adottata: il messaggio veicolato è sempre stato di facilissima comprensione, ad effetto e soprattutto espresso e tradotto in una linguaggio grafico che non concede nulla all'eleganza. Lo scopo dichiarato è onesto: dire esattamente quello che si vuole dire, e dirlo in pochissime parole e in maniera diretta. Lo slogan è il mezzo che meglio si presta all'uopo, tanto da aver funzionato egregiamente come veicolo elettorale per la forza che ha avuto nell'imprimersi nell'immaginario collettivo ("Meno tasse per tutti", "Pensioni più dignitose" ecc.).

La comunicazione elettorale di FI stenta a sembrare un prodotto particolarmente elaborato e cerebrale: è proprio la traduzione visiva del più breve tragitto per arrivare dal punto A al punto B. Eppure alcune sottigliezze e differenze possono essere colte rispetto ai manifesti delle politiche del 2001.

Il messaggio è il messaggio.
Il messaggio è il messaggio, e lo scriviamo in maiuscolo, grassetto e a caratteri cubitali. Quello non è cambiato. Il tipo di messaggio invece sì, come era logico attendersi. Dall'"impegno concreto" e quindi dalla posizione propositiva, si è giunti a quella assertiva: "-21.573 incidenti stradali", "Immigrati clandestini: -40%". Il governo è al potere da 3 anni ormai, e deve esporre risultati, non buoni propositi.
E' da notare l'insistenza maniacale sulla presunta precisione dei numeri e sulla fascinazione della matematica: l'illusione di misurare il mondo e soprattutto l'illusione che il mondo sia misurabile, è tutta racchiusa in quel numero che è chiaramente quello che la comunicazione intende imprimere nella mente dell'elettore. Ma che non dimostra niente: -40% rispetto a quale grandezza? Si fornisce sempre artatamente un solo termine dell'equazione, e lo si riveste di un significato iperbolico. E' interessante notare come il tipo di messaggio manifesti inoltre la posizione chiaramente difensiva del governo: esso sta esibendo dei risultati ottenuti (o presunti, e comunque detti con tono imperativo che è inversamente proporzionale alla loro attendibilità) e non sta invece raccontando alcuna progettualità, il che lascia il sospetto che non ne abbia nessuna. Non sta dicendo "Questa è l'Italia che vorremo costruire con voi" ma "Questo è quello che già abbiamo fatto". Il problema è duplice:

  1. Il governo pensa di non aver saputo comunicare adeguatamente ciò che ha fatto in 3 anni, cosa che, da parte di uno che ha 3 televisioni ecc. ecc. è francamente grottesco;
  2. Il destinatario del messaggio non è il potenziale elettore (e per "potenziale" si intende l'indeciso, cioé l'ormai unica risorsa elettorale del politico moderno, perché, per chi credete che si scannino, per convincere chi ha già deciso di votare per loro, e che comunque non voterebbe mai per gli altri?)

In altri termini, il governo sta disperatamente convincendo il suo stesso elettorato che qualcosa ha pur fatto in questi 3 anni. La sua salvezza politica è garantita dal mantenimento della sua quota elettorale o anche, dal contenimento delle perdite che esso stesso considera inevitabili (e con cui qualsiasi governo deve fare i conti, costretto a deludere molta parte dei suoi sostenitori per esigenze, diciamo, operative).
La nota a margine è che la causale del messaggio elettorale non è specificata: l'osservatore che non sa che a giugno ci sono le elezioni europee non può capire il senso di queste affissioni, che sono celebrative dell'operato del governo e nient'altro.

Lassù qualcuno ti ama.
L'evoluzione più significativa è quella subita dalla modalità di rappresentazione di Lui, del Capo, del Cavaliere ecc. ecc.
All'imbarazzante chiacchericcio sul numero di capelli si è deciso di dare un taglio, non solo letterale: la calotta cranica del Presidente è tagliata dal margine superiore del manifesto, in modo da zittire ogni osservazione su sospette ricrescite. Inoltre - dettaglio forse più importante - Berlusconi non guarda più l'elettore negli occhi sorridendo in maniera ammiccante, ma guarda invece in basso alla propria sinistra: l'elettore non è più un suo pari, ma qualcuno che gli sta sotto, ma a cui lui, comunque, vuole bene (infatti continua a sorridere paternamente). Questo cambiamento è forse il più difficile da interpretare: si è montato la testa a tal punto da non considerare più suoi pari nemmeno gli elettori, quelli stessi che erano gli unici a poterlo giudicare ("Posso essere giudicato solo dai miei pari" disse un giorno)? L'ascesa maniacale verso l'onnipotenza (squisitamente presunta) sembrerebbe ormai compiuta.

L'onestà involontaria.
L'onesta di questo tipo di comunicazione - che visivamente è brutta e basta - si è infine ritorta contro il suo autore: il messaggio dice ciò che intende essere e, nel farlo, rivela la debolezza di chi lo pronuncia (che supplica di essere ascoltato), e l'immagine tanto accuratamente studiata sfugge al controllo del creatore, manifestando la gerarchia della sua visione del mondo, che prevede un capo e solo sudditi.