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02 05 03 | 01.30

Democrazia in scatola
di Floriana Ramboldi

 

 
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Alcune settime fa il Presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi ha presentato il kit del candidato della Casa delle Libertà: una valigetta con tutto ciò di cui ha bisogno chi desideri farsi eleggere alle prossime elezioni amministrative. Ci sono: il manifesto elettorale (unica immagine: Silvio Berlusconi, nemmeno quella del candidato) dotato dello spazio per il nome del candidato e l'immarcescibile slogan “Contro questa sinistra pericolosa per l'Italia, per la democrazia, per la libertà"; un manualetto infarcito dei consigli dello zio su come organizzare un ufficio stampa, feste, sull'importanza dell'aspetto e su quanto la gente conceda più fiducia se ti dimostri amichevole e confidenziale piuttosto che solo competente; un'utile raccolta di risposte alle domande più ostiche che ci si possa sentire rivolgere in campagna elettorale, naturalmente strutturate in modo da evadere, rassicurando, il senso della domanda; consigli sull'aspetto esteriore, bandiere e gagliardetti, una traccia del programma politico dove, nell'apposito spazio bianco, basta inserire il nome del Comune in cui ci si candida. Facile, no?
Il senso del kit è di fornire la possibilità di successo all'inesperto: condizione di partenza è che sia facile da usare, che non richieda alcuno sforzo mentale e che riduca il margine d'errore insito nella pervicacia con cui gli esseri umani credono di poter pensare autonomamente. Ci sono i kit di sopravvivenza e quelli del piccolo chimico. L'assunto è quello di fornire la competenza in una scatola non più grande di una 24 ore. Si tratta per certi versi di una sublimazione del materialismo: se il possesso delle cose è il fine a cui tende l'uomo moderno, cosa meglio di un oggetto che ne contiene altri – una scatola cinese concettuale e fisica – può rappresentare il suo anelito? E' la metafora che si incarna in se stessa divenendo da astrazione materia palpabile, misurabile, commensurabile.
Hai la libertà: non è fuori nel mondo e tu la devi difendere: è nella tua valigetta: basta leggere le istruzioni.
Il kit del candidato ha anche un significato più recondito e meno nobile: riassume infatti la disistima del suo ispiratore che, nel voler educare, ammette implicitamente l'ignoranza del candidato o, almeno, la sfiducia che ha nelle sue doti; contemporaneamente esalta il concetto che l'ideatore ha di se (stiamo pur sempre parlando di Berlusconi) che insegna che a fare come ha fatto lui e concede all'adepto di affermare “Farò come ha fatto lui”. che può suonare vagamente minaccioso per molti, ed è almeno patetico rispetto ad uno dei governi più inadeguati che memoria ricordi.
Il kit è – non ci si faccia trarre in inganno – un dispositivo per evitare che il candidato pensi, e il “4 salti in padella” della politica, perché permette al volonteroso ma svogliato di misurarsi in una disciplina che, anche grazie a simili invenzioni, è sempre più svilita e sterilizzata.
E' lo strumento ideale che realizza la standardizzazione del soggetto politico, piegando alla logica seriale la disomogeneità della realtà. Assumendo che ogni persona possa essere trasformata nel candidato ideale ne postula una natura decerebrata e neutra: il candidato è un pezzo di argilla che deve essere modellato secondo formule sperimentate, standard ed industriali. In quanto massa informe non solo non è richiesto che abbia una coscienza politica, ma anzi, questa sarebbe come un additivo che potrebbe corrompere la bontà dell'impasto e la solidità del prodotto finale.
Non pensare è il requisito; pensare come è la modalità che garantisce i risultati elettorali.
Si tratta della realizzazione puntuale del controllo delle menti ottenuto attraverso un dosaggio accurato, la somministrazione di informazioni univoche, veri e propri ordini dal comando centrale.
L'applicazione del processo standardizzato all'agire politico è fortemente centralizzato e identitario: centralizzato poiché prevede una struttura incardinata attorno alla personalità del leader/padrone che “illumina” le parti del sistema che vi sono vincolate in maniera paritetica, non avendo funzioni chiaramente distinguibili fra di loro ed essendo formate da parti identiche fra di loro. In quanto identità esse si annullano, poiché un sistema unipolare non tollera che germinino forze contrarie a quella centrale. Personalità talmente forti da minare il predominio della personalità unica sarebbero inaccettabili poiché drenerebbero l'energia al vertice che deve accentrare i poteri in modo da mantenere l'equilibrio interno. Un simile sistema può perpetuarsi solo se genera parti identiche fra di loro che continuano il processo di aggregazione e garantiscono la stabilità. Parti standard, appunto, controllate precisamente nel loro funzionamento e intercambiabili.
Modulari come i kit del candidato, dove i programmi politici si applicano indistintamente dalla realtà locale (particolare e quindi diversa) poiché ispirati ad uno schema astratto e governato dal centro. Evidentemente un sistema così autoreferenziale cortocircuita annullandosi qualora venga a mancare il centro irradiatore. Il significato simbolico generato dalla personalità unica (il centro) cessa qualora venga meno ciò che simboleggia: se manca la rappresentazione della personalità, si interrompe il trasferimento di significato dalla persona alla sua immagine. Il flusso del sistema si interrompe, annullando le sue rappresentazioni (i candidati/cloni) e smettendo di irradiare le sue parti e di comunicare con l'esterno.

Floriana Ramboldi



   
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