“Non
bisogna mai dimenticare che è un grande comunicatore”,
mi dice il barbiere mentre cambia la forbice e passa al
rasoio per lo sfumato. “C'è sempre un motivo
per cui dice una cosa”. Già, c'è
sempre un motivo che, è ormai evidente, mi sfugge.
Mi ci cruccio, ma, salvo giustificare il quotidiano delirio
presidenziale come un tentativo di distrarre l'opinione
pubblica dalla fallimentare gestione dell'economia (Reperto
#12/BC, L'Unità, giorno a scelta del lettore) non
so darmi una risposta. Forse Re Silvio ha compiuto la trasformazione
della politica da Arte del Possibile a Arte dell'Incomprensibile.
Pensieri sparsi si sono affollati nella mente del qui scrivente
alla lettura dei quotidiani degli ultimi giorni (ai quali
non è stato possibile garantire una sistemazione
logica coerente): Taormina promette rivelazioni sconvolgenti
su Telekom Brasile e pure Telekom Ucraina; Raffaren, premier
francese e Aznar, omologo spagnolo, raccolgono ampi consensi
a Cernobbio dove parlano agli imprenditori e politici invitati
dallo Studio Ambrosetti, di politica economica. Le notizie
sono apparentemente slegate, ma vi ho colto una certa contrapposizione
logica: Taormina è un politico che impiega la sua
posizione per fare l'Inquisitore, un po' monomaniaco visto
che deve dimostrare che la sinistra è fatta di cattivi
e che quindi la destra non è poi così male;
Raffaren e Aznar sono due politici che fanno, incredibilmente
per un paese che nessuno capisce come l'Italia, i politici.
Li hanno eletti e ogni tanto si ricordano che il loro compito
è avere una progettualità che superi il limite
temporale delle prossime elezioni: osano programmare e sognare
il futuro dei loro concittadini situandolo persino in un
orizzonte temporale in cui, sicuramente, non governeranno
più. Roba veramente forte. Personalmente non ho più
memoria di quale sia l'ultima volta in cui in Italia si
è discusso in tali termini. Se la sinistra vive e
si struttura quasi esclusivamente sulla contrapposizione
rispetto a Berlusconi, la destra ha pianificato il prossimo
semestre politico con un programma ambizioso, ma lucido
(e che, oltretutto, pare conciliare ciò che le riesce
meglio con ciò che gli torna utile): demolire un
avversario che, ironia della sorte, pur nella sua trasparente
logica elettorale suicida, sembra insidiare il predominio
della maggioranza parlamentare, nonostante gli invisibili
inauditi successi governativi. L'obiettivo è chiaro:
screditare la sinistra con inchieste che non hanno lo scopo
di accertare una verità, ma più modestamente,
di dimostrare una tesi: questi moralisti non sono dei santi.
Palla al centro e si ricomincia a giocare.
Dalla provincia dell'Impero.
Stando al centro della tempesta si rischia di non vederne
i confini. La prospettiva distante offerta dall'osservazione
periferica permette di cogliere invece il reale effetto
della rivoluzione politica combattuta da Berlusconi: la
politica è divenuta la sublimazione dell'individuo,
e si esprime esclusivamente attraverso la parola e l'immagine.
Se
Forza Italia è il partito immagine che giustifica
la sua esistenza poiché il suo centro (Berlusconi)
la irradia, il suo impeto batte il tempo del
dibattito politico, che si risolve in uno scontro di parole
autoreferenziale, che non produce altro che parole e che
annichilisce qualsiasi progettualità. La cronaca
politica dei quotidiani indugia compiaciuta sulle canzoni
napoletane che il Nostro compone con il suo Apicella di
turno, oppure su mio Dio quanto è ingrassato. A voler
essere sinceri l'ennesima promessa non mantenuta dal Presidente
è stata che durante l'estate sarebbe dimagrito, invece
quella camicetta bianca che indossava durante l'incontro
informale con Putin in Sardegna non riusciva a contenere
una debordante adipe. L'uomo del sogno sta esaurendo le
batterie e non riesce a regalare agli italiani una gitarella
nel Paradiso in terra in cui lui vive immerso, comunisti
e magistrati permettendo. I giornali filogovernativi intanto
si affannano ad elogiarne i successi in politica estera
(Il Foglio) oppure a fare discreta opera di killeraggio
della sinistra (Il Giornale, Libero, Panorama). Ma indaghiamo
un po' il profilo della politica estera del nostro eroe.
Non c'è nemmeno bisogno di leggere fra le
righe.
L'intervista
rilasciata a The Spectator conteneva, come noto e ampliamente
amplificato dai quotidiani italiani a cui non par vero di
trovare una sponda oltralpe alle proprie indigene idiosincrasie,
la celebre definizione dei magistrati come dei “deviati
mentali due volte pazzi”. Invece il resto del pezzo
è due volte più interessante perché
fornisce un esauriente contributo alla definizione del Silvio
Pensiero riguardo alla politica estera. Berlusconi esordisce
con una dimostrazione di machismo a buon mercato dicendo
che a Saddam gliel'avevano giurata: “Sbarazzati
delle Armi di distruzione di massa, oppure veniamo lì
e te la facciamo vedere. E ci siamo andati e gliel'abbiamo
fatta vedere”. Gliel'abbiamo? Non è bello
prendersi i meriti per ciò che palesemente non hai
fatto, non abbiamo fatto, caro Silvio. Poi il dettagliato
disegno per rendere il mondo un posto più accogliente,
così elegantemente neocon, cara signora, prosegue
nell'affermare che “Noi possiamo dare (agli stati
dittatoriali) la democrazia e la libertà, anche con
la forza se necessario” e per dare più
spessore al ragionamento aggiunge: “Sarò
onesto: se vivessi in un paese in cui non si vota sarei
un rivoluzionario, magari pure un terrorista!”.
Per fortuna c'è l'ONU (quando fa comodo) che ci permette
– se riformata opportunamente – di dire ad un
dittatore “Devi riconoscere i diritti civili nel
tuo paese, oppure hai 12 mesi o chessò e poi noi
interveniamo” perché poi, si sa insomma,
“Che se non c'è libertà, tutti i
soldi vanno nelle mani dei dittatori che poi li mettono
nei loro conti in Svizzera”. No comment, per
carità di patria.
E' doveroso menzionare la riforma del Ministero degli Esteri
di cui si fece carico quando, dimissionato Ruggero, ne assunse
ad interim l'incarico. Se ne ha memoria come di qualcosa
che doveva aumentare il prestigio dell'Italia nel mondo,
trasformando le ambasciate italiane in promotrici del Made
in Italy, cioè a dire un'applicazione di principi
di marketing tesa a rendere gli ambasciatori dei commerciali.
Non è chiaro cosa sia stato realizzato di tutto ciò,
soprattutto dopo che a capo del suddetto ministero è
stato nominato Frattini, descritto da Luttazzi come “uno
che ha un suo fascino: quando sei con lui è come
essere da solo”.
Poi ci sono gli svariati incontri/riunioni/conferenze ambientati
in suggestive scenografie italiane, ma anche le barzellette
raccontate durante le cene o le corna fatte al ministro
degli esteri spagnolo durante una foto ricordo.
Queste fanno parte del Berlusconi più apprezzabile,
perché mentre vi si adopera il suo intento è
palese: fare il simpatico, o, tutt'al più, il fenomeno.
Però almeno si vede cosa fa e perché. Quando
invece prende seriamente un incontro, quando telefona a
qualche capo di governo e non sai cosa si sono detti ti
assale una strana inquietudine: non gli avrà mica
raccontato l'ennesima barzelletta? Non avrà mica
fatto il fenomeno pure quando doveva stare serio? Perché
Silvio è simpatico, però non è per
niente affidabile. E' terrorizzante pensare che lui controlli
i servizi segreti italiani (quelli dell'uranio
del Niger) ed è terrorizzante pensare
che lo animi lo stesso spirito democristiano/cerchiobottista
che riesce a sfoggiare quando parla di Medio Oriente o di
Iraq. C'è da sperare che ci tenga nascosto qualcosa:
il Berlusconi più abile e fine mediatore (se esiste),
perché l'immagine che riesce a comunicare è
precisamente l'opposto.
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