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08 09 03 | 13.30

E' tutto molto bello (1/2)
di Paolo Comino

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01 The Spectator: l'intervista


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Non bisogna mai dimenticare che è un grande comunicatore”, mi dice il barbiere mentre cambia la forbice e passa al rasoio per lo sfumato. “C'è sempre un motivo per cui dice una cosa”. Già, c'è sempre un motivo che, è ormai evidente, mi sfugge. Mi ci cruccio, ma, salvo giustificare il quotidiano delirio presidenziale come un tentativo di distrarre l'opinione pubblica dalla fallimentare gestione dell'economia (Reperto #12/BC, L'Unità, giorno a scelta del lettore) non so darmi una risposta. Forse Re Silvio ha compiuto la trasformazione della politica da Arte del Possibile a Arte dell'Incomprensibile. Pensieri sparsi si sono affollati nella mente del qui scrivente alla lettura dei quotidiani degli ultimi giorni (ai quali non è stato possibile garantire una sistemazione logica coerente): Taormina promette rivelazioni sconvolgenti su Telekom Brasile e pure Telekom Ucraina; Raffaren, premier francese e Aznar, omologo spagnolo, raccolgono ampi consensi a Cernobbio dove parlano agli imprenditori e politici invitati dallo Studio Ambrosetti, di politica economica. Le notizie sono apparentemente slegate, ma vi ho colto una certa contrapposizione logica: Taormina è un politico che impiega la sua posizione per fare l'Inquisitore, un po' monomaniaco visto che deve dimostrare che la sinistra è fatta di cattivi e che quindi la destra non è poi così male; Raffaren e Aznar sono due politici che fanno, incredibilmente per un paese che nessuno capisce come l'Italia, i politici. Li hanno eletti e ogni tanto si ricordano che il loro compito è avere una progettualità che superi il limite temporale delle prossime elezioni: osano programmare e sognare il futuro dei loro concittadini situandolo persino in un orizzonte temporale in cui, sicuramente, non governeranno più. Roba veramente forte. Personalmente non ho più memoria di quale sia l'ultima volta in cui in Italia si è discusso in tali termini. Se la sinistra vive e si struttura quasi esclusivamente sulla contrapposizione rispetto a Berlusconi, la destra ha pianificato il prossimo semestre politico con un programma ambizioso, ma lucido (e che, oltretutto, pare conciliare ciò che le riesce meglio con ciò che gli torna utile): demolire un avversario che, ironia della sorte, pur nella sua trasparente logica elettorale suicida, sembra insidiare il predominio della maggioranza parlamentare, nonostante gli invisibili inauditi successi governativi. L'obiettivo è chiaro: screditare la sinistra con inchieste che non hanno lo scopo di accertare una verità, ma più modestamente, di dimostrare una tesi: questi moralisti non sono dei santi. Palla al centro e si ricomincia a giocare.

Dalla provincia dell'Impero.
Stando al centro della tempesta si rischia di non vederne i confini. La prospettiva distante offerta dall'osservazione periferica permette di cogliere invece il reale effetto della rivoluzione politica combattuta da Berlusconi: la politica è divenuta la sublimazione dell'individuo, e si esprime esclusivamente attraverso la parola e l'immagine. Se Forza Italia è il partito immagine che giustifica la sua esistenza poiché il suo centro (Berlusconi) la irradia, il suo impeto batte il tempo del dibattito politico, che si risolve in uno scontro di parole autoreferenziale, che non produce altro che parole e che annichilisce qualsiasi progettualità. La cronaca politica dei quotidiani indugia compiaciuta sulle canzoni napoletane che il Nostro compone con il suo Apicella di turno, oppure su mio Dio quanto è ingrassato. A voler essere sinceri l'ennesima promessa non mantenuta dal Presidente è stata che durante l'estate sarebbe dimagrito, invece quella camicetta bianca che indossava durante l'incontro informale con Putin in Sardegna non riusciva a contenere una debordante adipe. L'uomo del sogno sta esaurendo le batterie e non riesce a regalare agli italiani una gitarella nel Paradiso in terra in cui lui vive immerso, comunisti e magistrati permettendo. I giornali filogovernativi intanto si affannano ad elogiarne i successi in politica estera (Il Foglio) oppure a fare discreta opera di killeraggio della sinistra (Il Giornale, Libero, Panorama). Ma indaghiamo un po' il profilo della politica estera del nostro eroe.

Non c'è nemmeno bisogno di leggere fra le righe.
L'intervista rilasciata a The Spectator conteneva, come noto e ampliamente amplificato dai quotidiani italiani a cui non par vero di trovare una sponda oltralpe alle proprie indigene idiosincrasie, la celebre definizione dei magistrati come dei “deviati mentali due volte pazzi”. Invece il resto del pezzo è due volte più interessante perché fornisce un esauriente contributo alla definizione del Silvio Pensiero riguardo alla politica estera. Berlusconi esordisce con una dimostrazione di machismo a buon mercato dicendo che a Saddam gliel'avevano giurata: “Sbarazzati delle Armi di distruzione di massa, oppure veniamo lì e te la facciamo vedere. E ci siamo andati e gliel'abbiamo fatta vedere”. Gliel'abbiamo? Non è bello prendersi i meriti per ciò che palesemente non hai fatto, non abbiamo fatto, caro Silvio. Poi il dettagliato disegno per rendere il mondo un posto più accogliente, così elegantemente neocon, cara signora, prosegue nell'affermare che “Noi possiamo dare (agli stati dittatoriali) la democrazia e la libertà, anche con la forza se necessario” e per dare più spessore al ragionamento aggiunge: “Sarò onesto: se vivessi in un paese in cui non si vota sarei un rivoluzionario, magari pure un terrorista!”. Per fortuna c'è l'ONU (quando fa comodo) che ci permette – se riformata opportunamente – di dire ad un dittatore “Devi riconoscere i diritti civili nel tuo paese, oppure hai 12 mesi o chessò e poi noi interveniamo” perché poi, si sa insomma, “Che se non c'è libertà, tutti i soldi vanno nelle mani dei dittatori che poi li mettono nei loro conti in Svizzera”. No comment, per carità di patria.
E' doveroso menzionare la riforma del Ministero degli Esteri di cui si fece carico quando, dimissionato Ruggero, ne assunse ad interim l'incarico. Se ne ha memoria come di qualcosa che doveva aumentare il prestigio dell'Italia nel mondo, trasformando le ambasciate italiane in promotrici del Made in Italy, cioè a dire un'applicazione di principi di marketing tesa a rendere gli ambasciatori dei commerciali. Non è chiaro cosa sia stato realizzato di tutto ciò, soprattutto dopo che a capo del suddetto ministero è stato nominato Frattini, descritto da Luttazzi come “uno che ha un suo fascino: quando sei con lui è come essere da solo”.
Poi ci sono gli svariati incontri/riunioni/conferenze ambientati in suggestive scenografie italiane, ma anche le barzellette raccontate durante le cene o le corna fatte al ministro degli esteri spagnolo durante una foto ricordo.
Queste fanno parte del Berlusconi più apprezzabile, perché mentre vi si adopera il suo intento è palese: fare il simpatico, o, tutt'al più, il fenomeno. Però almeno si vede cosa fa e perché. Quando invece prende seriamente un incontro, quando telefona a qualche capo di governo e non sai cosa si sono detti ti assale una strana inquietudine: non gli avrà mica raccontato l'ennesima barzelletta? Non avrà mica fatto il fenomeno pure quando doveva stare serio? Perché Silvio è simpatico, però non è per niente affidabile. E' terrorizzante pensare che lui controlli i servizi segreti italiani (quelli dell'uranio del Niger) ed è terrorizzante pensare che lo animi lo stesso spirito democristiano/cerchiobottista che riesce a sfoggiare quando parla di Medio Oriente o di Iraq. C'è da sperare che ci tenga nascosto qualcosa: il Berlusconi più abile e fine mediatore (se esiste), perché l'immagine che riesce a comunicare è precisamente l'opposto.

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