C'è un'economia dei sentimenti e dei legami familiari molto precisa nelle soap opera.
Brooke ha una figlia, Hope, che viene ripescata solo quando serve alla finzione, ossia se è funzionale alla dimostrazione che lei è una madre attenta o viceversa. Alcuni personaggi secondari funzionano solo in quanto strumentali alla narrazione: vengono evocati quando servono, e servono principalmente a giustificare o condannare il comportamento di uno dei personaggi principali, o a creare un minimo di tensione in una vicenda che altrimenti sarebbe mortalmente noiosa. Perché ormai i flussi narrativi sono abbastanza prevedibili: è facilissimo capire dove andranno a parare gli sceneggiatori con un anticipo di due/tre mesi.
In genere esistono due livelli narrativi: quello dorsale, che coinvolge i protagonisti principali, ed uno periferico, che gestisce i protagonisti secondari che episodicamente interagiscono con quelli principali modificandone o meno le traiettorie esistenziali. Ogni personaggio principale che non facesse già parte all'alba della programmazione del nucleo base di protagonisti, assurge al rango più ambito e duraturo dopo lunghissima gavetta - vi sono anche personaggi secondari, che sono condannati alla non-promozione permanente. In genere si tratta di segretarie o avvocati, gente che insomma già svolge un servizio nella finzione, oltre a quello all'interno dello schema narrativo. Chi fa un lavoro infatti è inspiegabilmente sempre e comunque un personaggio secondario. Fateci caso, i protagonisti non lavorano mai. Il loro lavoro è scontato o loro non devono lavorare per guadagnarsi da vivere. In genere sono già ricchi, lavorano per non annoiarsi mortalmente, e quindi non sono tenuti a dimostrare che faticano. Il loro lavoro, superato il problema primario della sopravvivenza, è superare l'affanno del vivere e i contrasti familiari, poi amare, poi tradire, poi sovvertire lo schema della famiglia ortodossa. Infatti la trasgressione è l'energia che scatena la vis narrativa: quando cessa un equilibrio perfetto (e mortalmente noioso, narrativamente), è perché un personaggio è uscito dal personaggio, ha osato oltre, è andato altrove dal suo centro narrativo. La suocera che se la fa col genero. Il nonno con la nipote. Ma ogni cosa avviene apparentemente. O meglio: la trasgressione funziona come una forza tellurica che scassa l'intreccio narrativo, per poi essere ricondotta nel rassicurante e noto sentiero della giustificazione morale. C'è sempre un motivo per il quale succede qualcosa, e c'è sempre una giustificazione morale che mette in pace la coscienza. E se non c'è, è perché ha agito il male, ma è un male contingentato, individuato, isolato. Lo si tiene sotto ontrollo facilmente, risiede solo in quel personaggio che non potrà mai redimersi, o che lo farà solo per un breve periodo, salvo poi ricadere negli errori passati. Perché le vicende si susseguono e sembrano modificare la psiche di quelle esistenze, ma in verità ognuno rimane sempre uguale a se stesso. Il risultato, meraviglioso e confortante, è che tutto cambia repentinamente nel breve periodo, lasciando placidamente immutato il quadro complessivo. E' l'illusione della staticità della realtà, è il conforto della permamenza di un sistema comportamentale che è odioso e squilibrato - o forse anche troppo bene equilibrato fra bene e male - eppure così miracolosamente rassicurante, e familiare.

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