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19 03 04 | 01.50

Assolutamente.
di Antonio Silici

 

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Anni fa c'era (e c'è ancora, sospetto) l'”attimino”. Quest'anno impera l'”assolutamente”. “Assolutamente sì” oppure “Assolutamente no”. E le varianti del caso. Come se “sì” e “no” non fossero mai abbastanza, l'italiano sente sempre il bisogno di circostanziare, alleviare, moderare il significato di qualcosa. C'è una certa timidezza e pure indecisione nella risposta che ha bisogno dell'additivo dell'”assolutamente” perché tradisce l'insicurezza del non sapere o volere dare una risposta netta e precisa. E' un po' la sigaretta linguistica dietro cui ci si nasconde: si prende tempo e intanto ci si riempie la bocca con una parola rotonda e con una bella coppia di “s” arrotate.
E' curioso che, appunto, l'avverbio categorico nasconda invece una certezza che non c'è, manifestando così l'incapacità di dire semplicemente quello che si pensa. “Assolutamente” nasce come un rafforzativo, ma l'usura provocatagli dall'utilizzo l'ha conciato ad essere un artificio retorico che diluisce e stempera un significato. Perché la lingua si logora, e il sovradosaggio ha l'effetto collaterale di provocare intolleranza e di annichilire il principio attivo.
George Orwell avvertiva il pericolo dell'uso di un linguaggio morto già nel 1945 quando, a proposito dell'abuso di metafore ormai stinte, scriveva che, in tal modo, il linguaggio perdeva il suo potere evocativo. La metafora è uno strumento comunicativo insostituibile, ma può facilmente essere annichilito dall'abuso. Funziona quando costituisce un nuovo elemento della realtà, quando è appena stato creato e ha stabilito in tal modo un nuovo nesso fra il concetto e la cosa, quando cioé ha spiegato come la dimensione ontologica possa accompagnare ed illuminare quella logica. Orwell individua nel potere evocativo la capacità creatrice del linguaggio, e nell'usura dello stesso la possibilità di risparmiare alle persone la fatica di inventare nuovi significati.
L'avverbio ha meno dignità della metafora: per certi versi è un riempitivo. Allunga e diluisce il significato, mentre il suo destino sarebbe quello di meglio specificare e puntualizzare. L'italiano è poi la lingua eletta per l'inflazione degli avverbi. Il vocabolario lo vorrebbe “parte invariabile del discorso che serve a determinare un verbo, un aggettivo o un altro avverbio”, mentre l'uso comune l'ha elevato a ranghi ben più importanti. L'avverbio infatti è lungo, su di esso la lingua indugia e si compiace, ed è componibile. C'è sempre il suffisso “mente” e poi davanti ci si mette quello che si vuole, tanto che se esiste una genesi mai sterile del linguaggio è proprio nell'invenzione degli avverbi. L'italiano, quindi, precisa, dettaglia, specifica, cesella, modella, plasma i significati di una proposizione attraverso gli avverbi. Essi sono il necessario complemento sintattico di un logos che l'esuberanza mediterranea non riuscirebbe a concepire altrimenti, ciò spoglio, essenziale, troppo diretto. Perché all'italiano piace anche essere un po' obliquo, non dire mai che una finestra è una finestra, ma che, piuttosto, essa è “apparentemente” una finestra, o assolutamente una finestra, ci mancherebbe. Nello smussare la realtà delle cose e la loro rappresentazione attraverso il linguaggio, c'è una peculiarità tutta latina, che è quella di filtrare la semplicità e brutalità del mondo, stemperandola con una sua rappresentazione addomesticata e addolcita.
L'”assolutamente” però conserva un fascino ed uno status particolari fra gli avverbi: esso gli deriva dall'autorità che è capace di riversare al resto del discorso, perché se una cosa è “assolutamente” non è lecito dubitarne. Come già detto, però, ha anche una natura ambigua, che è visibile nella discrepanza fra il suo significato e la funzione che assume all'interno del discorso. Quando lo si usa – il più delle volte – si intende l'esatto opposto, cioé “Non ne sono proprio certo” oppure “Vorrei fosse così”. Infatti non esisterebbe la necessità di specificare e puntualizzare ciò che è già tetragono per sua natura, ossia l'inequivocabilità del “sì” e del “no”.

[In questo articolo sono stati utilizzati 11 avverbi, e per 9 volte al solo scopo esplicativo.]



   
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