Anni fa c'era (e c'è ancora, sospetto) l'”attimino”.
Quest'anno impera l'”assolutamente”. “Assolutamente
sì” oppure “Assolutamente no”.
E le varianti del caso. Come se “sì” e “no” non
fossero mai abbastanza, l'italiano sente sempre il bisogno
di circostanziare, alleviare, moderare il significato di
qualcosa. C'è una certa timidezza e pure indecisione
nella risposta che ha bisogno dell'additivo dell'”assolutamente” perché tradisce
l'insicurezza del non sapere o volere dare una risposta
netta e precisa. E' un po' la sigaretta linguistica dietro
cui ci si nasconde: si prende tempo e intanto ci si riempie
la bocca con una parola rotonda e con una bella coppia
di “s” arrotate.
E' curioso che, appunto, l'avverbio categorico nasconda
invece una certezza che non c'è, manifestando così l'incapacità di
dire semplicemente quello che si pensa. “Assolutamente” nasce
come un rafforzativo, ma l'usura provocatagli dall'utilizzo
l'ha conciato ad essere un artificio retorico che diluisce
e stempera un significato. Perché la lingua si logora,
e il sovradosaggio ha l'effetto collaterale di provocare
intolleranza e di annichilire il principio attivo.
George Orwell avvertiva il pericolo dell'uso di un linguaggio
morto già nel 1945 quando, a proposito dell'abuso
di metafore ormai stinte, scriveva che, in tal modo, il
linguaggio perdeva il suo potere evocativo. La metafora è uno
strumento comunicativo insostituibile, ma può facilmente
essere annichilito dall'abuso. Funziona quando costituisce
un nuovo elemento della realtà, quando è appena
stato creato e ha stabilito in tal modo un nuovo nesso
fra il concetto e la cosa, quando cioé ha spiegato
come la dimensione ontologica possa accompagnare ed illuminare
quella logica. Orwell individua nel potere evocativo la
capacità creatrice del linguaggio, e nell'usura
dello stesso la possibilità di risparmiare alle
persone la fatica di inventare nuovi significati.
L'avverbio ha meno dignità della metafora: per certi
versi è un riempitivo. Allunga e diluisce il significato,
mentre il suo destino sarebbe quello di meglio specificare
e puntualizzare. L'italiano è poi la lingua eletta
per l'inflazione degli avverbi. Il vocabolario lo vorrebbe “parte
invariabile del discorso che serve a determinare un verbo,
un aggettivo o un altro avverbio”, mentre l'uso
comune l'ha elevato a ranghi ben più importanti.
L'avverbio infatti è lungo, su di esso la lingua
indugia e si compiace, ed è componibile. C'è sempre
il suffisso “mente” e poi davanti ci si mette
quello che si vuole, tanto che se esiste una genesi mai
sterile del linguaggio è proprio nell'invenzione
degli avverbi. L'italiano, quindi, precisa, dettaglia,
specifica, cesella, modella, plasma i significati di una
proposizione attraverso gli avverbi. Essi sono il necessario
complemento sintattico di un logos che l'esuberanza mediterranea
non riuscirebbe a concepire altrimenti, ciò spoglio,
essenziale, troppo diretto. Perché all'italiano
piace anche essere un po' obliquo, non dire mai che una
finestra è una finestra, ma che, piuttosto, essa è “apparentemente” una
finestra, o assolutamente una finestra, ci mancherebbe.
Nello smussare la realtà delle cose e la loro rappresentazione
attraverso il linguaggio, c'è una peculiarità tutta
latina, che è quella di filtrare la semplicità e
brutalità del mondo, stemperandola con una sua rappresentazione
addomesticata e addolcita.
L'”assolutamente” però conserva un fascino
ed uno status particolari fra gli avverbi:
esso gli deriva dall'autorità che è capace
di riversare al resto del discorso, perché se una
cosa è “assolutamente” non è lecito
dubitarne. Come già detto, però, ha anche
una natura ambigua, che è visibile nella discrepanza
fra il suo significato e la funzione che assume all'interno
del discorso. Quando lo si usa – il più delle
volte – si intende l'esatto opposto, cioé “Non
ne sono proprio certo” oppure “Vorrei fosse
così”. Infatti non esisterebbe la necessità di
specificare e puntualizzare ciò che è già tetragono
per sua natura, ossia l'inequivocabilità del “sì” e
del “no”.
[In questo articolo sono stati utilizzati
11 avverbi, e per 9 volte al solo scopo esplicativo.]

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