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26 01 04 | 14.43

Fenomenologia Blog.
di Martino Pietropoli

 

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L'uomo ama comunicare. Lo fa con l'arte, ma soprattutto con la parola. Scrive, parla. Tiene diari ed esprime opinioni che descrivono il suo personale rapporto con la realtà. Il fenomeno dei blog è sia dovuto all'evoluzione tecnologica (l'uomo comunica con i mezzi espressivi che ha a disposizione), ma anche ad un più profondo e naturale desiderio di amplificare il più possibile il volume del messaggio, che parla del singolo e dell'individuo. Se ha bisogno di dire qualcosa, perché non farlo sulla carta, come si fa da secoli? Non si tratta semplicemente dell'opportunità che la tecnologia offre, o non solo.

Il fenomeno dei blog si può spiegare in parte con la crisi dell'identità dell'uomo moderno. Egli avverte la propria solitudine e la precarietà delle relazioni umane e affida quindi una propria rappresentazione pubblica alla macchina/computer e alla comunità virtuale.
Cerca la conferma della propria esistenza nella pagina elettronica, e allevia il suo disagio nel contemplare un dato oggettivo: la manifestazione digitale delle proprie elucubrazioni, la pagina del blog, del suo blog.
E' un fenomeno che ha una modalità senz'altro positiva (la condivisione della conoscenza e dell'esperienza, lo spirito comunitario) ma che scaturisce dal tentativo di compensare una carenza, che è la mancata rappresentatività dell'individuo nella sfera pubblica. Vi è alla base un processo discriminante e critico ben preciso, ed una puntuale volontà: uscire dall'isolamento, “fare parte di”.
Il blog non è solo una proiezione della propria individualità, ma anche una valutazione dell'impatto che questa ha sulle esistenze altrui, attraverso i commenti lasciati dai lettori ai post. Si ha la consapevolezza di esistere non solo perché si può censire quante persone hanno visitato le parole scritte (ossia la nostra presenza in rete, la nostra esistenza virtuale), ma anche perché si può valutare l'effetto che queste hanno avuto, attraverso le parole altrui – i commenti ai post - , siano queste compiacenti, concordanti o contrastanti.
Il fatto di nascere da un sentimento di insoddisfazione – e dal bisogno più o meno conscio di comunicarlo – non è una tara originaria dei blog. La creazione ha una duplice valenza: conferma l'esistenza del suo autore (“esisto perché sono in grado di creare”) e dona un significato nuovo al mondo. Significa ciò che prima non c'era, ciò che era percepito nemmeno come un'assenza (che è una presenza in negativo): il mondo è più ricco perché ci sono anch'io. Era intollerabile per l'autore che prima il mondo non si accorgesse della sua esistenza.
Il blog è anche un'espressione fortemente personale che, per sua natura, diventa pubblica. Questo è un assunto ben presente nella mente del blogger che, non a caso, opera una sorta di autocensura: decide di rivelare i suoi gusti e le sue inclinazioni secondo uno schema più o meno palese (anche a se stesso) che risponde al suo desiderio di essere rappresentato proprio in quel modo. La sua presenza in rete è comunque una parte di se, quella più celebrale e meditata, quella forse anche più positiva o compiacente (o anche denigrante, poiché il blog può essere inteso come un modo per volgarizzare le proprie debolezze e tentare di capirne l'entità e superarle), ma proprio in ciò è sincero: comunica ciò che uno pensa di se stesso, bene o male che esso sia. E' pertanto una risposta più intelligente che il compiacimento per la propria condizione solitaria o la contemplazione della propria individualità, poiché tenta di ostacolare l'alienazione del singolo con un metodo tutto sommato antico, anche se aggiornato: la comunicazione, il mettere assieme, il “fare parte di”, il sentirsi meno soli.
E' la coscienza di esistere, che non è poco. E non è fuffa, per niente.

Della sincerità dei blog.
Il blog, sia che riveli una persona reale (un diario quindi sincero, e non mi riferisco al diario inteso in senso classico, ma anche alla raccolta di scritti monotematici) sia che finga ciò che l'autore non è realmente, è pur sempre una sua rappresentazione in rete e, meglio ancora, una rappresentazione comunque sincera perché comunica precisamente ciò che il suo autore vuole che si sappia di sé.
Anche chi inventa personalità fittizie, anche un'identità completamente diversa da quella reale, è comunque interessato a comunicare proprio quella identità. Vi è alla base una volontà di rappresentazione, soddisfatta dallo strumento di comunicazione blog. Non si tratta quindi di un elaborato esperimento di mimesi e neanche un tentativo di celarsi – per proteggersi – dietro identità fittizie. Ciò che non è rivelato nei blog non è essenziale, e spesso non è altro che il contenuto anagrafico dell'autore, cioè la propria biografia più o meno pubblica.
Nei blog c'è la parte più sincera delle persone, quella che vuole disperatamente rivelarsi, quella che preme il tasto “publish”. Se anche fosse fittizia, lo è perché nel mondo reale normalmente non si manifesta, ma non perché non esiste.
Raramente nei blog c'è una pagina che parla del tenutario dello stesso, e, se c'è, è una delle più trascurate. L'autore è fra le righe e il suo ritratto è delineato dai post. Ogni blog è il suo autore, ancor più puntuale di qualsiasi profilo biografico, perché il complesso di post – l'archivio – tende naturalmente a comporre un quadro descrittivo delle inclinazioni del padrone di casa. Di lui si sa che guarda certi film o ascolta certa musica, che ha letto questo libro o che giudica un'idiozia il tale articolo. Inconsapevolmente egli stesso compone un ritratto di se stesso, ridotto in frammenti disseminati in qua e in là.
Il blog è quindi una forma espressiva genuina e positiva, poiché rivela le persone, le pone in rapporto anche conflittuale fra di loro, le fa evolvere mutuamente, in un processo dialettico che è spesso amplificato ad un limite teoricamente infinito grazie alla mancanza di confini del mezzo di comunicazione usato.

La comunità atipica.
Il blogger appartiene alla comunità estesa dei blogger, ma non accetta la condizione di pariteticità di ogni comunità. Molti blogger aspirano a diventare delle autorità nel loro campo specifico (il sottoinsieme dei blog dedicati al cinema, alla letteratura ecc.). Pur essendo un fenomeno democratico (tutti possono avere un blog, essendo l'unica barriera all'accesso il possesso di un computer e di una connessione internet) non lo è poi nelle sue specifiche declinazioni: la comunità allargata si distingue in sottocomunità divise, per esempio, per argomenti o criteri di anzianità; all'interno di queste vi è una casta di qualche decina di blogger, una sorta di consiglio di autorità che decide se dare o meno importanza ai nuovi membri. Non bisogna però intendere questa entità negativamente: non si tratta di una loggia, sebbene sia originata da un processo poco democratico (come se poi la democraticità fosse un requisito necessario e legale): nessuno ha eletto questo consiglio, nessuno ha approvato le regole che staliscono i requisiti affinché uno ne faccia o meno parte. Per certi versi si tratta di un procedimento basato sulla selezione naturale. Vale il principio meritocratico: se scrivi idiozie sei destinato all'oblio, se dici cose interessanti puoi venire citato in qua e in là e acquisire il potere di fare altrettanto rispetto ad altri blogger. Nell'universo blog hanno seguito solo i blog che hanno successo, e il loro successo è costruito sulla qualità dei contenuti e quindi sull'interesse che il loro autore riesce a generare.
Le singole comunità di blogger si sono quindi formate per aggregazione casuale, per comunanza di interessi, e i loro membri sono stati selezionati in base ai meriti, ma comunque attraverso un processo critico non dipendente dalle volontà dei singoli blogger.
L'aspetto affascinante del fenomeno blog è infatti la sua somiglianza con il mondo naturale: molecole che si aggregano senza una volontà cosciente, ma secondo un disegno più potente e spesso casuale.

L'ambizione all'autorità che inevitailmente esiste allorché una comunità riconosce la propria struttura, è, tutto sommato, un'altra declinazione del desiderio di essere riconosciuti dal mondo e dalle persone giacché l'autorità richiede sia il soggetto che esercita il potere, sia la comunità che glielo conferisce e riconosce.



   
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