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28 01 03 | 09.12

Il polsino della 124
di Paolo Comino

 

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Tutti, pensando a Giovanni Agnelli, ricordano automaticamente la bella vita che ha fatto e le tragedie che ne hanno segnato la famiglia, come a ripetere mentalmente la lezione della vita, ossia che la morte non bada al potere economico, salvo poi dimenticarsene in un baleno, perché il denaro, e il possederne molto soprattutto, è comunque l'unica forza che anima e motiva l'uomo moderno. Ci si rammenta insomma che i soldi non fan la feliicità, ma in fondo non si sa cosa sia la felicità, ne come ottenerla se non col denaro, che sembra essere l'unica sua plausibile traduzione materiale. La Repubblica ha dedicato in data 25 gennaio ben 25 pagine all'Avvocato, e il Corriere altrettante. L'Avvocato ha riunificato l'Italia per una giornata, solidale nell'incensarlo senza alcun incertezza, salvo i soliti burloni di Libero (Libero di essere offensivo). Un certo rispetto, specialmente ad un cadavere ancora caldo, è almeno doveroso, e potremmo dire che il 99% di chi è in grado di accedere ai mezzi di comunicazione di massa ha contribuito con grande dedizione ad edificare l'agiografia del nostro, nel caso qualcuno si fosse perso qualche puntata. Ho letto praticamente tutto quello che c'era scritto sui quotidiani: mi sono risparmiato un'overdose televisiva perché non avevo il perfido elettrodomestico a portata d'occhio, ma giurerei che non avrei resistito ad ascoltare tutto il cicaleccio che sicuramente gli avranno dedicato. In questa attrazione di cui io stesso sono stato vittima c'è del metodo: forse la sua vita è stata obiettivamente interessante. Curiosamente -ma a pensarci non poi molto- ogni pezzo che lo riguardava era anedottico più che critico, nel senso che anche a sforzarsi non c'era verso di accostare la sua figura a quella dell'industria che, accidentalmente, guidava. La verità è che lui ha sempre goduto della luce riflessa dei successi della Fiat ed è parimenti sempre riuscito a sottrarsi all'ombra degli insuccessi. Come ha fatto intelligentemente notare Alberto Arbasino: “Mentre tutti i parvenus osservavano affascinati i polsini e i cinturini e i bottoni (e non i dettagli della 124 o della 850)”, la sua immagine pubblica si è sempre mantenuta astratta e sfuggente, metafisica. Agnelli era quello i cui giudizi tutti temevano, quello al quale bastava una sola frase per affossare o approvare un governo. Ma dove veniva quella autorità? Da nessun luogo, poiché egli era più famoso per l'abilità del donnaiolo che del capitano d'industria. Aveva una sola grande intelligenza: non si era fatto odiare da nessuno perché era stato in grado di farsi rispettare pure dai suoi nemici naturali, ossia i sindacalisti. Non era odiato poiché non odiava (l'agiografia vorrebbe a questo punto che lui non odiasse considerando l'odio un sentimento incompatibile con chi è consapevole di essere al di sopra di tutto e tutti) e, in fondo, era solo invidiato. Nemmeno quando i lutti per la morte del nipote e per il suicidio del figlio Edoardo l'avevano colpito s'era assistito al ghigno sadico di chi pensa ben gli sta. In fondo tutti pensavano che si trattasse di una natura troppo in-umana, dis-umana, strana, diversa per soffrire come gli altri. Sarebbe stato originale pure nel dolore, ed infatti lo fu, rendendo il lutto un fatto pubblico, ma non il suo dolore. E' lecito attendersi ora gli elogi sperticati e le analisi socio-politico-economiche più dissennate, così come le critiche più feroci ed ingenerose, ma non ha molta importanza: è onesto ammettere che un uomo che ha suscitato e scosso le emozioni di animi così diversi ed inariditi come quelli che popolano quest'Italia in declino deve essere stato un uomo eccezionale, dotato di una personalità che manca a tutti gli uomini di potere che quotidianamente ci dicono quello che dobbiamo pensare, senza mai convincerci.
Anche queste righe, in fondo, sono scritte sotto l'influenza della sua innegabile energia umana.

 
       
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